Il concetto di "progresso" – cioè di una trasformazione massiccia e di una certa generalità verso una maggiore complessità o da una qualità inferiore a una superiore – mi sembra sia stato tra i più paradossali e controintuitivi. È vero, nell'ultimo secolo soprattutto ci siamo abituati ad esso – il che non significa spesso che non ci pensiamo più; ma evitare la "asperità", negandola, non significa ancora comprenderla.
Esistono in cambio due tipi di trasformazioni che ci sembrano evidenti e in logica naturale. La prima, che chiamo "maturazione", significa che un organismo non sviluppato si sviluppa secondo un piano prestabilito da sempre. Aristotele parlava qui del passaggio dalla virtualità o potenza (dynamis) all'aggiornamento (energeia). Il seme e l'albero non sono due organismi – uno inferiore e l'altro superiore – ma è lo stesso organismo che passa, nel tempo e in determinate condizioni, dalla virtualità all'aggiornamento, manifestando gradualmente ciò che esisteva comunque, ma non sviluppato e invisibile.
Il secondo tipo di trasformazione con cui siamo molto familiari è quello "artigianale": è caratteristico delle produzioni umane "artificiali": qualcuno ha un piano e, secondo esso, si impegna su più materie che conforma in un certo modo, cercando di riprodurre il piano nella massima misura possibile. Per Aristotele e per coloro che lo hanno seguito per molte centinaia di anni si tratta sempre di un passaggio dalla virtualità all'aggiornamento, solo che il "motore" della trasformazione non è più naturale e immanente, ma artificiale ed esterno.
Ciò che associa, in verità, le due trasformazioni (e questo Aristotele lo aveva ben visto) è l'esistenza della "profondità" di un "piano": una struttura ordinata preesistente che definisce una volta per tutte la specie, nel caso naturale, una struttura intelligente esplicita nel caso artificiale. Da qui, l'idea che tutte le trasformazioni naturali possano essere spiegate anch'esse attraverso un piano intelligente, simile a quelle artificiali, non è stata che un passo e questo è stato già fatto da Platone nel Timeo, che ha immaginato un Artigiano divino (demiurgos) che ha confezionato il mondo intero nello stesso modo in cui un templare o un architetto crea opere.
In breve, l'idea tradizionale di trasformazione – sia essa naturale, sia artificiale – è questa: esiste sempre un piano prestabilito e un attore intelligente che lo mette in applicazione (a meno che non l'abbia concepito lui stesso in precedenza). Da qui anche le conseguenze: ogni ordine è l'opera di un ordine più avanzato, superiore; ogni creazione o produzione è inferiore al suo creatore; la tendenza "naturale" del mondo è verso il declino e la degradazione, se non interviene, invertendola, un creatore intelligente.
I moderni hanno rovesciato questa visione: con Adam Smith in economia, con le Lumi in storia e società, con Darwin nell'evoluzione delle specie e, più recentemente, con la teoria del Big Bang sull'origine e lo sviluppo dell'Universo, siamo obbligati a pensare sempre a una situazione paradossale: abbiamo un ordine superiore che deriva da un ordine inferiore o addirittura da disordine: il disordine del mercato competitivo crea la ricchezza delle nazioni e l'organizzazione capitalista dell'economia e della società, senza che "qualcuno" intervenga; la materia senza vita diventa viva, poi si organizza sempre più complessa sulla base della selezione naturale spontanea, senza un piano intelligente preesistente; forse lo stesso tipo di organizzazione sempre più elevata avviene, nel tempo, anche a livello dell'Universo. Il fenomeno dell'evoluzione (da inferiore a superiore) è paradossale e controintuitivo: non solo frustra le aspettative e le rappresentazioni con cui siamo abituati, ma sembra contraddire anche il secondo principio della termodinamica (anche se i fisici ci avvertono che questo principio "funziona" solo in un sistema chiuso – il che la Terra, con tutta la vita su di essa, non è, naturalmente; ma l'Universo nel suo insieme è "chiuso" o "aperto"?)
Non voglio attirare l'attenzione su altro che su una sola conseguenza: se, secondo la visione tradizionale del cambiamento, mai l'opera può essere superiore al suo creatore, la visione evoluzionistica contraddice questa regola: se un ordine superiore può provenire spontaneamente ed evolutivamente da un ordine inferiore, nulla impedisce che un'opera possa diventare superiore, eventualmente più perfezionata, più intelligente di colui che l'ha creata o dell'ordine da cui è derivata. È esattamente il caso, sembra, dell'Intelligenza Artificiale dei giorni nostri, che, si dice, seguirà a superare noi, gli esseri umani, che l'abbiamo creata. Se così sarà – come prevedono i suoi autori – il fatto, oltre alle sue enormi conseguenze pratiche, proverà indirettamente, ancora una volta, non necessariamente che gli dei non esistono, ma che, come nella filosofia di Epicuro, non hanno alcun posto per spiegare il mondo, la vita e noi stessi.
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