Per decenni, la teoria è stata che la meccanizzazione, la robotizzazione, la digitalizzazione ecc. avrebbero protetto le persone dai lavori pesanti e da quelli eccessivamente routinari. In questi sogni, condivisi tanto dalle società capitaliste quanto da quelle autoritarie nel corso della storia recente, tutti avevano da guadagnare: lo Stato, le imprese e i lavoratori.
E poiché la modernità era impegnata in una febbrile trasformazione dell’ambiente naturale e sociale circostante, la storia aveva una sua logica e nessuno sembrava essere in pericolo. Chi svolgeva lavori intellettuali avrebbe dovuto concentrarsi sulla supervisione dei processi, sulle verifiche, sulla riflessione sui dati e sull’assunzione di decisioni; chi svolgeva il lavoro manuale sarebbe stato promosso a lavoratore addetto a operare un macchinario (meccanico o digitale) o a supervisionare un simile macchinario industriale. Poiché la fine del lavoro non sembrava arrivare mai, il mondo sperava in lavori più facili, più creativi, più dignitosi, più significativi e meno pericolosi.
Man mano che il fantasma della Seconda guerra mondiale si allontana, termina anche quel bisogno di una ricostruzione pesante. Dopo il 1970, l’allegria generale finisce e il sogno di un’occupazione pressoché totale della forza lavoro si rivela una realtà strettamente contingente, tanto a sinistra quanto a destra della cortina di ferro. Il progresso dell’automazione aiuta e non aiuta allo stesso tempo. Alcune professioni si sviluppano enormemente, altre scompaiono. Poi, gradualmente, arrivano i computer e si apre la strada verso ciò che oggi chiamiamo intelligenza artificiale. Molte di queste evoluzioni sono state descritte in modo interessante nella letteratura fantascientifica allora molto di moda, naturalmente. Con la comparsa dei computer, l’accento si sposta dall’operare meccanicamente un macchinario al fatto che questo strumento di supporto del nostro lavoratore comincia a pensare. All’inizio in modo strettamente guidato, poi sempre più autonomo, con alternative, rapidamente, elaborando grandi quantità di dati che l’essere umano alle sue spalle non potrebbe effettivamente gestire altrettanto bene né in tempi ragionevoli con la mente, la penna e la carta. E usare un computer non è più qualcosa che si impara in un breve corso di qualificazione, attraverso l’esperienza sul posto di lavoro o con un addestramento di due o tre giorni in fabbrica. Ora parliamo di una professione, di un’occupazione intellettuale, di anni di studio e di esperienza, dell’apprendimento, in pratica, di una realtà parallela capace di creare cose da una scatola nera dotata di tasti. Da qui, computer sempre più potenti, laptop, internet, smartphone, tablet, automobili che sono più computer che macchine – e la rivoluzione dell’IA, che procede davvero a una velocità vertiginosa.
Il problema non è soltanto se vogliamo o non vogliamo l’IA, se siamo in grado di elaborare regole per integrarla nella vita, nella scuola e nella professione. Il problema è se siamo in grado di capire ciò che usiamo, se diventerà così complessa che comprenderla sarà impossibile senza la scuola nel senso formale del termine. Temo che la risposta ragionevole – usarla, ma come uno strumento, non altrimenti, senza abusarne ecc. – sia, operativamente parlando, una sciocchezza.
Poi questi sistemi evolvono così tanto e penetrano così profondamente nella vita quotidiana, per il momento senza che i loro gestori e utilizzatori siano chiamati a risponderne più di tanto, perché, insomma, non ci opponiamo al progresso… ma evolvono così rapidamente che, qualunque cosa regolamentassimo oggi al riguardo, si scontrerebbe con il fatto che, quando avremo finito di regolamentarli, non saranno più quelli di cui si parlava all’inizio della regolamentazione.
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