L’Unione europea ha affrontato 41 episodi di pressione economica esercitata da Stati terzi, secondo uno studio commissionato dalla Commissione per il commercio internazionale del Parlamento europeo e presentato agli eurodeputati il 2 settembre. Gli autori della ricerca, Lucia Tajoli e Matteo Villa, hanno analizzato i casi dal punto di vista delle vulnerabilità economiche dell’UE e della capacità dell’Unione di rispondere attraverso i propri strumenti di sicurezza economica.
In breve Lo studio individua 41 episodi di pressione economica contro l’UE e mostra che la loro frequenza è aumentata negli ultimi anni. La Cina emerge come uno dei principali attori, ma gli autori evidenziano anche pressioni importanti da parte degli Stati Uniti e della Russia. Le pressioni non sono sempre incidenti isolati, ma possono accumularsi nel tempo e riflettere una strategia più ampia dello Stato che le esercita. Lo studio analizza in dettaglio le restrizioni della Cina sulle terre rare, le pressioni degli Stati Uniti sulla regolamentazione digitale europea e le misure dell’Indonesia contro alcuni prodotti europei. Gli autori raccomandano un sistema europeo migliore di monitoraggio, compreso un „economic pressure dashboard” e un meccanismo di solidarietà tra gli Stati membri.
La ricerca parte da un cambiamento più ampio nelle relazioni commerciali internazionali. Le interdipendenze economiche costruite per aumentare l’efficienza e il commercio possono essere utilizzate anche per esercitare pressioni su altri Stati quando l’accesso a determinati mercati, prodotti, risorse o tecnologie diventa essenziale.
Gli autori affermano che l’UE è sempre più esposta a questo tipo di pressione e che il numero dei casi è aumentato visibilmente negli ultimi anni. Invece di essere trattati separatamente, alcuni episodi devono essere valutati congiuntamente, poiché una misura può rimanere in vigore mentre in seguito vengono aggiunte altre restrizioni.
La Cina è una delle principali fonti individuate dallo studio. Il caso analizzato in dettaglio riguarda le restrizioni sulle terre rare, materiali essenziali per settori industriali europei quali l’automobile, le energie rinnovabili, l’elettronica e la difesa. Quando l’accesso a tali risorse è concentrato in un unico Paese, le restrizioni alle esportazioni possono produrre rapidi effetti economici e aumentare la pressione politica sull’UE.
Lucia Tajoli ha dichiarato in sede INTA che „a large number of cases are coming from China”, ma ha sottolineato che le pressioni non provengono esclusivamente dagli Stati considerati rivali. Anche gli Stati Uniti figurano tra i principali attori individuati, anche attraverso le pressioni sulla legislazione digitale europea.
Questo elemento è importante perché dimostra che la sicurezza economica europea non può essere ridotta al rapporto con la Cina o la Russia. Un partner strategico e commerciale vicino può a sua volta esercitare pressione quando gli interessi economici o normativi divergono.
La Russia compare soprattutto in relazione all’energia e alle conseguenze economiche delle sanzioni adottate dopo l’invasione dell’Ucraina. Lo studio mostra tuttavia anche che la pressione non è riservata alle grandi potenze. Le economie di medie dimensioni possono utilizzare l’accesso a determinati prodotti o mercati per ottenere concessioni.
L’Indonesia è uno degli esempi utilizzati dai ricercatori. Il caso riguarda restrizioni che hanno colpito prodotti europei dei settori lattiero-caseario e delle bevande alcoliche. Gli autori lo utilizzano per dimostrare che la vulnerabilità può emergere anche in relazioni commerciali meno evidenti e che l’identificazione dei rischi deve essere effettuata per settore, non solo per Paese.
Un punto centrale dello studio è la difficoltà di stabilire quando una misura commerciale diventi coercizione economica in senso giuridico. Non ogni restrizione alle importazioni, alle esportazioni o agli investimenti rappresenta automaticamente un tentativo di costringere l’UE a modificare una propria decisione. L’intenzione, il contesto e il legame tra la misura economica e l’obiettivo politico devono essere analizzati separatamente.
La Commissione europea ha insistito sulla stessa distinzione nel dibattito INTA. La rappresentante della Commissione ha spiegato che alcune misure restrittive possono riflettere obiettivi di politica industriale, la protezione di un’industria interna o una strategia di riduzione delle dipendenze, senza soddisfare i requisiti giuridici per essere considerate coercizione.
Per gli autori, è proprio questa zona grigia a rendere necessaria una capacità europea permanente di monitoraggio. Lo studio raccomanda lo sviluppo di un „economic pressure dashboard”, attraverso il quale le informazioni sulle restrizioni commerciali, sulle minacce e sugli effetti sulle imprese europee siano raccolte sistematicamente e confrontate.
Le imprese sono considerate importanti in questo sistema perché possono individuare i primi segnali prima che la pressione diventi visibile a livello politico. Un’impresa può rilevare ritardi insoliti in dogana, nuovi requisiti amministrativi, limitazioni di accesso o pressioni sui fornitori prima che le autorità nazionali dispongano di un quadro completo.
Lo studio propone anche un „solidarity playbook” per i casi in cui la pressione sia concentrata su un unico Stato membro. Un simile meccanismo dovrebbe ridurre il rischio che tale Stato sostenga da solo i costi di un conflitto economico e aumentare la probabilità di una risposta europea comune.
Gli autori richiamano l’attenzione anche sul fatto che la riduzione delle dipendenze comporta costi propri. La diversificazione dei fornitori può aumentare la resilienza, ma mantenere fonti alternative di approvvigionamento è più costoso che concentrarsi su un numero ridotto di fornitori. Di conseguenza, la sicurezza economica comporta compromessi che devono essere valutati a livello europeo, non solo a livello di una singola impresa o di uno Stato membro.
Lo studio è stato commissionato dalla Commissione INTA nel contesto del dibattito più ampio sulla sicurezza economica dell’UE e sull’uso del commercio come strumento geopolitico. Esamina sia i casi di pressione economica sia la capacità dell’Anti-Coercion Instrument e degli altri strumenti commerciali europei di rispondere.
I 41 casi individuati mostrano che il problema non riguarda soltanto l’esistenza di strumenti giuridici, ma anche la capacità dell’UE di rilevare rapidamente le pressioni, valutarne i costi e rispondere in modo coordinato.
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