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Dalla pandemia di Covid-19 in poi, l'economia globale riceve in continuazione colpi su colpi. Ma oltre alla crescita, stagnazione o recessione, oltre al tasso di inflazione, oltre alla crisi energetica, oltre al crollo o all'instabilità delle borse, l'economia è segnata da un'erosione invisibile, corrosiva: la dissipazione sistematica della fiducia. Non siamo più in una semplice crisi di informazione, ma in una crisi profonda di discernimento. In un mondo in cui i dati sono abbondanti, ma il loro significato è fratturato, la capacità di separare il segnale dal rumore è diventata l'attività strategica più rara.
Per decenni, la stabilità si è basata su un contratto implicito: le istituzioni tecnocratiche gestiscono meccanismi complessi, mentre il cittadino offre, in cambio, il proprio credito di fiducia. Oggi, questo contratto è al limite del fallimento morale, su più meridiani del mondo e lo avvertiamo pienamente anche nella società romena. Joseph E. Stiglitz, premio Nobel, sottolinea la gravità del momento: “La fiducia non è solo un lubrificante per l'economia; è il fondamento su cui si regge la democrazia.” Per la Romania, l'avvertimento di Stiglitz è un campanello d'allarme: una società che dà priorità al successo speculativo e al rumore politico a scapito della verità si frammenta in gruppi ostili, lasciando il cittadino senza alcun ancoraggio di certezza.
Questa frammentazione è alimentata dall'ascesa dell'Intelligenza Artificiale, dove la “verità sintetica” può essere fabbricata su scala industriale. A questo punto, la crisi di discernimento diventa un problema di sicurezza nazionale. Jake Sullivan – ex consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti nel periodo 2021-2025, attualmente professore nel campo della diplomazia e dell'ordine mondiale alla Harvard Kennedy School – descrive perfettamente questo impasse esistenziale: “In un mondo del falso perfetto, la capacità di verificare diventa più preziosa della capacità di innovare.” Se non possiamo più distinguere tra un'analisi economica reale e una generata per manipolare i mercati, la fiducia diventa uno “sport ad alto rischio”. L'economia non si basa più su numeri, ma sulla nostra resilienza di fronte alla manipolazione.
Sul fronte geopolitico, assistiamo alla fine della “globalizzazione cieca”. E Richard Haass parla di un “arcipelago di isole di fiducia”. Haass è presidente emerito del Council on Foreign Relations, professore alla New York University, ex direttore del Dipartimento di Pianificazione Politica del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti (2001-2003) e inviato speciale del presidente George W. Bush per l'Irlanda del Nord, nonché coordinatore per il Futuro dell'Afghanistan. Secondo lui, il commercio internazionale non cerca più il prezzo di produzione più basso, ma la maggiore affinità politica e prevedibilità giuridica. Per l'Europa, questo “arcipelago” significa che la prossimità ai valori euro-atlantici non è più solo un ideale diplomatico, ma una condizione di sopravvivenza economica. Gli investimenti non arrivano più dove c'è forza lavoro a basso costo, ma dove “la parola del partner” ha ancora valore di scambio. E la Romania si trova esattamente al confluenza di queste correnti e sembra che debba decidere: diventa un porto sicuro in questo arcipelago o rimane una barca alla deriva tra isole?
Non dobbiamo dimenticare che, sul fronte finanziario, la fiducia è l'essenza e la sostanza della moneta: “qualsiasi moneta è, in sostanza, un atto di fiducia” (Carmen M. Reinhart, ex economista capo della Banca Mondiale). Quando le politiche fiscali diventano imprevedibili, si amplifica pericolosamente la diminuzione della fiducia nella capacità dello stato di onorare le promesse a lungo termine. Il futuro non apparterrà necessariamente alle nazioni più tecnologizzate, ma a quelle che riusciranno a mantenere intatto il contratto di fiducia tra persone, mercati e istituzioni.
Se il discernimento è la nuova forma di capitale, la fiducia diventa la moneta di scambio più preziosa.
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