Nei giorni scorsi, INSCOP ha pubblicato i dati della nuova edizione dell’Indice del sentimento economico (qui). Naturalmente, la prima domanda sarebbe se, sotto la pressione della crisi economica reale, sia ancora importante ciò che la gente pensa della crisi. Ebbene, lo è. Per esempio, nulla mi irrita più degli analisti che in televisione profetizzano a vanvera che la benzina arriverà a 15 lei, che l’energia sarà sempre più costosa, sebbene il denaro pagato dalla persona comune finisca più in una giostra speculativa che nelle infrastrutture e nella parte concreta del lavoro nel settore energetico. La loro semplice profezia aggiunge qualcosa al prezzo e offre giustificazioni a eventuali rincari. Certo, non conta solo questo e, se chiedi a quelle persone, si appelleranno al diritto di esprimere un’opinione. Ma se chiedi loro tra un mese perché siano aumentati i prezzi, saranno proprio loro a citarti le voci e i segnali che hanno squilibrato il mercato.
Quindi sì, in un mondo in cui le voci, l’opinione pubblica e la soggettività non fanno che aggravare la crisi, sapere come il pubblico nel suo insieme valuta l’evoluzione del mercato dice moltissimo sulle reali possibilità di essere resilienti di fronte alla crisi o di sprofondarvi ulteriormente attraverso profezie che si autoavverano.
Ciò che ci mostra l’Indice del sentimento economico è che una crisi prolungata cambia la mentalità delle persone, in tutti i loro ruoli: consumatori, lavoratori dipendenti, piccoli investitori. Se fino a poco tempo fa gli esperti rimproveravano il popolo per i consumi, ora si agitano disperati per il crollo dei consumi. Al quarto minuto della trasmissione ti dicono che i salari bassi hanno distrutto i consumi, all’ottavo che la gente deve capire che la pressione salariale è troppo forte sull’economia e che, se non lavorano anche per salari più bassi, tutto il baraccone imploderà. Ora la persona comune è entrata in una modalità di prolungata incertezza, perché anche la crisi si è prolungata. E a ragione: ultimamente abbiamo avuto più macrocrisi di qualsiasi altra cosa. Il pubblico non è un meccanismo di cui puoi arrestare i consumi con un pulsante, per riequilibrare il sistema. E non puoi nemmeno avviarlo quando vuoi, perché si sono allineati gli astri dell’uscita dalla crisi e, fatto, ragazzi: da domani cominciate a comprare automobili per rimettere in moto l’economia. O case. E tra dieci anni, alla crisi successiva, quando non avranno più i soldi per pagare le rate: e allora avete consumato di nuovo troppo, vi abbiamo forse messi noi nelle condizioni di comprare automobili e case? Ebbene sì, ci avete praticamente costretti. E non è un male: in fin dei conti, è per questo che la gente lavora. L’arte del governo, in definitiva, consiste nel ridurre il divario tra i periodi di crisi e quelli di crescita, in modo che il pubblico percepisca una certa costanza, anche nella comprensione di questi cicli. Ma se nella fase discendente non puoi più pagare la rata della casa acquistata nella fase ascendente, allora o hai fatto delle scelte sbagliate, oppure lo Stato, ma anche gli stakeholder dell’economia, non hanno fatto il loro dovere. Resta da vedere come calcoleremo di chi sia la colpa.
Dunque non stupiamoci quando l’incertezza fa diminuire i consumi e aumentare la tensione. È un adattamento assolutamente normale, soprattutto alle crisi lunghe. E in una società dominata dalla sfiducia non esiste l’idea che la politica lavori a beneficio del pubblico; di conseguenza, moderare i consumi quando ci viene detto di farlo e accelerarli di nuovo quando ci viene dato il segnale non è possibile in un clima in cui l’idea del bene collettivo è fragile e di certo non viene considerata parte del kit di emergenza del politico. Il 44% dei romeni afferma che i propri redditi sono rimasti invariati nell’ultimo anno, il 42% che si sono ridotti. Il 45% si aspetta che rimangano invariati anche nei prossimi sei mesi, e circa il 35% che diminuiscano. Una devastante percentuale dell’86% afferma che i prezzi aumenteranno nei prossimi sei mesi. La ciliegina sulla torta… pardon, più che altro la caramella sulla bara: il 60% dei romeni sente di non avere alcun controllo, nei prossimi anni, sulla propria situazione economica. Un vero spray paralizzante per il lavoro, gli investimenti e i progetti per il futuro. Anche supponendo un miracolo economico nel prossimo futuro, compreso il fatto che nei periodi favorevoli le persone vogliano consumare ed essere ottimiste, una serie relativamente lunga di crisi crea questa idea: il tuo benessere non dipende da te. Questo è importante, perché lascia il segno anche sui periodi economicamente favorevoli e favorisce quel consumo di tipo malavitoso («divertiamoci oggi, perché domani non sappiamo dove finiremo»). E favorisce anche attività dello stesso tipo e con lo stesso genere di etica: «facciamo soldi oggi, finché si può».
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