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Andrei Pleșu: 1871-2019 – tradizioni romene immortali

Andrei Pleșu, Dilema.ro
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6 agosto 2026, 09:52
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Chi dice che la Romania non rispetta le sue tradizioni pecca per eccesso di spirito critico. Abbiamo tradizioni! Sappiamo cosa significa "continuità"! È vero, le continuità discutibili sono più evidenti e più stabili di quelle fondatrici... Si potrebbe dire che siamo più attaccati alla "specificità" delle nostre usanze ombrose che allo sforzo di superamento di sé. Il bisogno di conservare è più forte del bisogno di riforma. Ti ricordi? Forse questo è il segreto della nostra sopravvivenza. Preferiamo la stasi, con tutti i suoi deragliamenti, piuttosto che il rischio dell'agitazione innovativa... Lo dimostrano tutti i tipi di circostanze "storiche", colpite dalla fatalità di una "attualità" che non vuole passare. Sfogliando vecchi documenti, ho trovato una moltitudine di esempi. Mi scuso se ne ripeto uno. Ma non esiste tradizione senza ripetizione. Ecco:


Nel gennaio 1871, un giornale tedesco (Augsburger Allgemeine Zeitung) pubblica una lettera del re Carlo I, che i giornali e i parlamentari romeni trasformano in un'occasione di scandalo. Dopo quasi cinque anni di regno, il re si lamenta a un amico del "poco utile" che è riuscito a portare "a questo bel paese". "Di chi è la colpa?" – si chiede Carlo. "Né mia, né del popolo nella sua interezza" – suona la risposta. Allora di chi? Sistemizzando rapidamente ciò che nel testo regale si sottopone alla retorica epistolare del momento, troveremo tre spiegazioni possibili del fallimento:

1) Una caratteristica psicologica globale: i romeni sono un popolo "che non vuole essere guidato eppure non è in grado di guidarsi da solo". Sembianze, mancanza di disciplina interiore, caos. Stiamo male con il "hegemonicon"! Viviamo "l'eterna" in tutto il suo equivoco: da un lato spirito indipendente, dall'altro volatilità ingovernabile.

2) Una caratteristica storica e sociale: tra elite e masse c'è una frattura insanabile. Le elite sono emancipate, "francamente", pronte ad adottare l'ultima utopia di moda, le masse sono di un conservatorismo radicato. In altre parole, le elite soffrono di inadeguatezza, non tengono conto dello spirito del luogo, mentre le masse si comportano con riluttanza, risentimento, impulsività. Il risultato è che le elite al potere costringono il paese a "passare all'improvviso e senza mediazione da un regime dispotico alla più liberale Costituzione, come non ha nessun popolo in Europa". Le masse però "non possono vantarsi delle virtù civiche richieste per una forma di stato quasi repubblicana".

3) Una caratteristica politica: l'inflazione delle "intrighe di partito". (Senza commenti...)

È da notare che, nel suo sforzo di dare un diagnostico alla crisi nazionale, il re Carlo I non cerca cause esterne. Non cerca complotti antiromeni, sfortune geopolitiche, fatalità storiche. Il bubbone è, per lui, all'interno e non si guarirà mai se lo contempleremo mioriticamente, con la pietà di sé della vittima di professione. È da notare, inoltre, che coloro di cui il re teme di più sono gli "ultrasovranisti", sempre pronti a giudicarlo come "privo d'amore per la patria". È da notare, infine, che la lettera del sovrano ha infastidito l'opinione pubblica. In Camera, Nicolae Blaremberg l'ha commentata in modo aggressivo, proponendo una mozione con cui si sono solidarizzati in molti. Il giornale Românul (ovviamente!) ha perorato, provocatoriamente, sul tema "del signore calpestatore della Costituzione" e "dissipatore del patrimonio pubblico". (Vedi il racconto di Titu Maiorescu, in "Storia politica della Romania sotto il regno di Carlo I"). Questo tipo di reazione aggiunge alle tre spiegazioni del fallimento autoctono menzionate sopra una quarta: mancanza di carattere, accompagnata dalla demagogia della virtù e del patriottismo.

Non siamo, forse, tutti nel momento "Carlo I"? Nel 1871? E, ahimè, senza Carlo I, senza Brătieni, senza Titu Maiorescu. Chi è da incolpare?

*

Ricordiamo anche alcune delle "melancolie" di zio Iancu (apud Dan C. Mihăilescu, I.L. Caragiale su mondo, arte e popolo romeno, Humanitas, 1994):

"Noi, romeni, siamo un mondo in cui, se non si fa o non si pensa troppo, possiamo vantarci che almeno si discute molto". (p. 80)

"I partiti politici, nel senso europeo della parola, cioè fondati su tradizioni, su interessi vecchi o nuovi di classe e, pertanto, su programmi di principi e idee, non esistono in Romania". (p. 95)

"In un paese come il nostro, dove quando affermi qualcosa non ti si chiedono prove, dove lo spirito pubblico non ha alcun elemento serio di controllo soprattutto sulle lotte sorte nel campo della scienza di stato, la mala fede è spesso una buona base per costruire una bella reputazione. Per passare per il più puro non hai che da denigrare con o senza ragione gli altri; per farti considerare un uomo onesto e di lavoro, non hai che da maledire e a esporre in pubblico il comportamento altrui, anche se questi hanno un buon comportamento e soprattutto in questo caso. Se vuoi ingannare la gente, ha detto un filosofo, ingannala grossolanamente, perché sotto sottigliezze non ti si crede. È molto solo per farti una bella reputazione, e alla fine puoi senza preoccupazioni salvarti dai peccati di cui un tempo denigravi gli altri buoni innocenti." (p. 81)

"Elementi di successo: la lusinga di tutte le idee e formule popolari, che chiunque applaude automaticamente, o per imitazione, come: gioventù romena, economia romena, donna romena, contadino romeno, lavoratore romeno, regno romeno ecc., ecc. – in genere frase vuota, declamazione ciarlatana, patriottismo, nazionale, romeno – in una parola, capriccio..." (p. 96)

https://www.dilema.ro/situatiunea/1871-2019-traditii-romanesti-nemuritoare

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