Ho ricevuto, qualche giorno fa, dalla signora Daniela Georgescu, il volume di interviste da lei pubblicato di recente presso la casa editrice Vremea (Con Dio attraverso la città assediata. Dialoghi di sopravvivenza). Da persona che crede negli incontri destinici e nella comunicazione, più che nella monomania della riflessione solitaria, l’ho percorso con affettuosa partecipazione interiore. Non che la solitudine non possa essere anch’essa un’esperienza formativa. Ma senza apertura verso l’alterità, senza esposizione di sé, senza il miracolo degli incontri rivelatori, l’evoluzione individuale rischia di soffocare nell’orizzonte proprio... Mi torna inevitabilmente alla mente il mio stesso libro di interviste (Faccia a faccia. Incontri e ritratti), a partire dalle sue prime righe della nota introduttiva: «Ho imparato molto dai libri – diceva qualcuno –, ma ho imparato tutto da alcune persone. Siamo, in buona misura, la somma degli incontri che abbiamo avuto».
L’intervista implica una gran quantità di precondizioni, di motivazioni positivamente edificanti. Non è la ricerca di una «foto» accanto a una celebrità. È la ricerca di un interlocutore con il ruolo di istanza chiarificatrice. Può essere il risultato di un’ammirazione candida (e aggiungo sempre, brontolando, che le nuove generazioni sembrano meno preparate ad ammirare, preferendo relativizzare), può anche essere un fortunato caso, o il frutto di un’esplorazione diffusa ma instancabile, può anche essere il risultato segreto di un percorso destinico, messo in moto da un’istanza difficile da definire... Quando ho scritto un libro sugli angeli, ho pensato spesso che gli angeli, in quanto incarnazioni della mediazione tra Dio e l’uomo, costruiscano anche mediazioni formative tra gli uomini e il proprio destino. Il libro della signora Georgescu porta, nella nostra interrogazione, interlocutori di sottile levatura, da Ioan Aurel Pop a Teodor Baconschi, da Vladimir Tismăneanu ad Adrian Papahagi, da Radu Preda a Vasile Bănescu, da Monica Pillat ad Ana Blandiana o George Ardeleanu, da Daniel Gheorghe a Marian Vîrban e Monica Papazu. Leggi un libro e percorri più vite... Ovviamente, conta sempre quali domande hai da porre, quanto sei autentico nei tuoi interrogativi, quanto sei ricettivo verso «l’altro». Quando domande e risposte sono ben armonizzate, il lettore diventa «testimone» consapevole delle proprie ricerche... Congratulazioni alla signora Daniela Georgescu.
22 luglio 2026
In un divertente libro di Robert Schnakenberg (La vita segreta dei grandi scrittori, pubblicato anche in romeno nel 2017), trovo un riferimento sconvolgente al grande Tolstoj. Eccolo: «Tolstoj rimase un iconoclasta fino alla fine dei suoi giorni. Sul letto di morte, gli amici lo implorarono di fare pace con la Chiesa ortodossa russa. Tolstoj non volle nemmeno sentirne parlare: “Anche in questa valle dell’ombra della morte”, disse, “due più due non fanno sei”. Queste parole vengono erroneamente interpretate come le sue ultime parole. In realtà, le ultime parole di Tolstoj furono molto più criptiche, sebbene meno profonde: “Ma i mujik... Come muoiono i mujik!”».
Senza data (dalla giovinezza)
Commento di Radhakrishnan a un frammento dell’Isha Upanishad:
«L’immanenza non è meno “piena” della trascendenza. Solo che non è il pieno primo. È un pieno derivato. La derivazione, tuttavia, è solidale con la Realtà da cui deriva. Essa “partecipa” alla sua pienezza, cosicché si potrebbe dire allo stesso modo: il pieno preso dal pieno è ancora pieno, altrettanto pieno quanto il pieno da cui è stato preso. In termini cristiani: Dio è pienamente presente nella Sua creazione. In termini induisti: Brahma è simultaneamente trascendente e immanente».
Brontolio da persona di buon senso: la derivazione è «parte». Il «pieno derivato» è «riflesso», è «autonomo», cioè tende a non rapportarsi più all’intero. Il pieno trascendente non dipende dal pieno derivato, ma solo il contrario. O no?
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