Il «nazionalismo sano» – tema lanciata di recente dal presidente Dan senza troppe spiegazioni – mi porta a riprendere, come la settimana scorsa, riflessioni e racconti più antichi su questo rischioso argomento, in attesa del momento in cui la sua retorica troverà un tono ragionevole...
Verso la metà degli anni ’90, il ministro francese della Cultura, all’epoca il signor Jacques Toubon, fece una visita in Romania. L’ambasciatore di Francia offrì, in onore dell’illustre ospite, una cena alla quale furono invitati, come si conveniva, una gran quantità di rappresentanti della cultura autoctona, a cominciare dall’omologo del signor Toubon e proseguendo con artisti, accademici, universitari di vari settori. Dopo gli inevitabili discorsi di rito, i rumeni si riscaldarono e diedero avvio a un’animata conversazione patriottica. Il loro francese era buono solo di rado, ma i sentimenti erano generosi. Uno dei commensali cominciò, scherzosamente, con una domanda legata alla letteratura (preferisco riprodurre tutto in rumeno, per evitare il pittoresco della grammatica e della pronuncia, attraverso cui si distinse l’intera serata): «Signor ministro, se mi permette: chi ha inventato il teatro dell’assurdo?».
Prima che il signor Toubon potesse azzardare una risposta, l’interlocutore si affrettò a metterlo al corrente, con grazioso orgoglio: «Un rumeno! Eugen Ionescu!». «Ah, sì, certo!» – si rallegrò l’ospite. Prima ancora di portare alla bocca il primo boccone, si vide però confrontato con un nuovo attacco: «Signor ministro, vorrei chiederle chi, secondo lei, ha inventato la scultura moderna? Non ci crederà! Un rumeno: Constantin Brâncuşi». «Oh, davvero! Certo! Che interessante!». È il momento in cui la «parte scientifica» della tavola sentì di perdere terreno. Una voce ben impostata, con una sfumatura di paterna indulgenza, pronunciò la domanda successiva, nonostante la crescente inquietudine dei francesi, che guardavano sempre più tristemente verso le pietanze: «Potrebbe dirmi, signor ministro, come è venuto in Romania?». Il ministro cercò, dapprima, di prendere la cosa sul ridere. Non funzionò! La questione era seria. Perciò gli fu subito spiegato (per evitare che facesse qualche gaffe): «È venuto in aereo. Ora, probabilmente non sa che l’aviazione, grazie a uomini come Aurel Vlaicu, Traian Vuia e Henri Coandă, è, per così dire, un affare rumeno».
Al signor Toubon cominciarono a tremare le palpebre. Il suo prestigio di ministro della Cultura era messo a dura prova. Era giunto in un territorio sacro, fonte di molteplici benefici tecnici e culturali, dei quali lui e i suoi concittadini approfittavano ciecamente, senza sapere a chi li dovessero. L’appetito diminuiva vertiginosamente, lasciando spazio a un insolito miscuglio di gratitudine e malinconia. Le cose però non rimasero qui. Qualcuno, dall’altro capo della tavola, alzò l’«asticella dell’esigenza» a nuove quote d’altitudine: «Signor ministro, ha mai pensato a come cammina?». L’euforia damboviziana stava già forzando i limiti – convenzionali, s’intende – della cortesia. Nell’aria aleggiava un discreto conflitto diplomatico. Si era giunti a una certa intimità, fonte di perplessità. Cosa doveva rispondere il povero ministro? Che non sapeva come camminava? Che andava ignorante per il mondo, senza riflettere sui sottili meccanismi dell’avanzamento nello spazio? Negli occhi dell’ufficiale francese, così come in quelli dell’ambasciatore, si intravedeva una vaga paura. Anticipavano la domanda fatale, franco-rumena: «Savé vu chi a envanté… mersul?» e già udivano la risposta schiacciante: «Un rumeno!». Non erano lontani dalla verità. L’interrogante spiegò rapidamente che non potremmo camminare se tra il nostro corpo e l’aria circostante non esistesse attrito e, con un breve salto, arrivò al problema della trasmissione dell’energia attraverso liquidi, solidi e gas, cioè al tema della sonicità. Ora, «chi a envanté… la sonicità? Un rumeno: Gogu Constantinescu!». L’atmosfera era diventata opprimente. Gli ospiti stranieri si sentivano come barbari giunti al centro del mondo o, se non altro, in una piccola e allegra clinica psichiatrica. La cultura francese? Da lasciar perdere! L’Europa? Una penisola della Valacchia! Si passò alla portata principale sullo sfondo di un pubblico rumeno animato dall’orgoglio nazionale e di un pubblico francese umiliato. Questo perché sapessero, capisci, con chi avevano a che fare!
P.S. Ricevo telefonate consolatorie e leggo commenti nervosi a proposito di una mia dichiarazione, apparsa molto recentemente sul sito «Știri pe surse». Si tratta di una lamentela contingente, scritta e apparsa nel 2004, e ripresa nel 2011 (su Dilema veche) e nel mio libro Frumusețea uitată a vieții. Questi dettagli sono inesistenti nella ripresa attuale del testo, occasione per ogni sorta di lettori di accarezzarmi o insultarmi, come uno psicopatico in piena crisi. Li prego di calmarsi: dal 2004 mi sono ripreso un po’...
Ultime notizie
18:44
18:31
18:21
18:08
17:59
Vedi altre notizie