La sensazione che il mondo che conosciamo si stia avvicinando alla fine e che stia nascendo un nuovo mondo di cui non sappiamo nulla sembra essere diventata una convinzione globale. Gli sviluppi tecnologici, soprattutto quelli nel campo dell’Intelligenza Artificiale (che sempre più spesso si scrive con le maiuscole), i cambiamenti culturali generati da mutazioni demografico-economiche, la dinamica delle migrazioni e l’acuirsi dell’eterna inquietudine riguardo alle risorse naturali (acqua, aria, gas, petrolio, legno ecc.) accrescono le tensioni, mentre le schiere dei leader politici di ogni parte non riescono a dare risposte ottimali. Le acque sono torbide e agitate, e i pescatori specializzati sono sempre più numerosi. In questo contesto, le persone cercano i propri valori fondamentali e mettono in discussione i propri punti di riferimento. Non c’è da stupirsi che nelle società dell’area euro-atlantica siano tornati con forza i temi della sovranità e del nazionalismo. Quando non è affatto chiaro verso dove stiamo andando o, ancor più, quando la direzione suggerita dalle élite è sgradevole e poco convincente, ci si volta indietro e ci si riassesta sui propri fondamenti. Spesso confuse, sovranità e nazionalismo non sono affatto la stessa cosa, sebbene il legame storico tra loro sia evidente. Il caso di ogni nazione è particolare, da questa prospettiva.
Nel nostro caso, il male più grande è che la società non riesce a dare una risposta coerente e coesa alle questioni legate alla sovranità e alla nazione. Non siamo più in grado di distinguere gli eroi dai traditori, i patrioti dai ladri e le persone capaci da quelle incapaci. Non bisogna essere di sinistra per percepire il divorzio tra le élite che esercitano il potere di qualsiasi tipo nel mondo romeno e la massa di persone sulla quale questo potere viene esercitato. E il divorzio è ancora più rumoroso quando quella massa di persone formalmente guidata dalle élite ha esponenti emancipati, persone che non dipendono più dall’élite al potere, persone che si sono affermate con le proprie forze, che vogliono impegnarsi negli affari pubblici, vogliono essere ascoltate e vogliono partecipare alle decisioni in misura proporzionata al loro merito, ma vengono tenute lontane dall’élite che distribuisce. Questa osservazione – insisto nel sottolinearlo – è fatta da me, uomo di destra, accusato continuamente di elitarismo e mai pentito di questo, perché ho sempre creduto che le persone nascano uguali, ma non vivano in modo uguale e che il merito debba attirare il privilegio, mentre il privilegio debba attirare la responsabilità. Credo ancora oggi che ogni rottura che si verifica in questa naturale concatenazione: merito – privilegio – responsabilità sia la definizione stessa dell’ingiustizia e che l’ingiustizia cronicizzata produca, naturalmente, rivolta. Ho avuto, per esempio, sempre una debolezza per la tesi protestante del carattere giustificato del tirannicidio. Credo nella necessità della rivoluzione quando davvero non c’è più altra possibilità. Ancora oggi ammiro la Rivoluzione del dicembre 1989, che ho vissuto, felice fino all’estasi, nelle strade. Lo so, questo mi allontana dal profilo teorico di un conservatore. I conservatori, tuttavia, sono avversi ai rivoluzionari di professione e alla rivoluzione come mestiere, ma quando non è più possibile, quando davvero non è più possibile, la rivolta deve scoppiare ed è naturale che ciò accada. La domanda è se l’Europa e la Romania si trovino ora a quel punto. La risposta può essere data solo dalla storia ed è semplice: se le istituzioni assediate resistono, allora non è il momento della rivoluzione e tutto sarà una sommossa che si concluderà, mentre coloro che le scuoteranno pagheranno come dei criminali. Se le istituzioni crolleranno sotto l’assedio della strada, allora accadrà ciò che doveva accadere, e coloro che colpiranno le istituzioni mentre cadono saranno eroi e costituiranno la nuova élite dirigente.
Ma, indipendentemente da ciò che accadrà, il problema rimane. In Romania almeno, la concatenazione merito – privilegi – responsabilità è spezzata. Tra merito e privilegi non esiste alcun legame, e i privilegiati sono completamente irresponsabili. Come direbbero i miei vicini di quartiere: da questo punto di vista, è un danno totale. L’ipotesi delle due Rome è vecchia. Se ne parlava negli ambienti intellettuali già dal 1990. Alcuni sono in un modo (spaventati dal futuro, collettivisti, statalisti, assistenzialisti), altri sono in un altro modo (audaci, autonomi, desiderosi dell’Europa, indipendenti): due tipi di romeni che non potranno mai essere solidali. Nel 2004, Adrian Năstase è stato il primo politico a dire che esistono due Rome. Nel contesto della sua sconfitta elettorale, Năstase disse che, da una parte, ci sono romeni che hanno bisogno di uno Stato protettore (il suo elettorato) e romeni che vogliono essere lasciati in pace, volare, perché vogliono assumersi il rischio del volo (l’elettorato dei suoi avversari). Poi, la tesi delle due Rome è diventata banale e si è perpetuata lungo diverse linee di schieramento: urbano/rurale; transilvani/regateni; europeisti/sovranisti; pro-vaccini/no-vax; privati/dipendenti pubblici. Più recentemente, assistiamo alla più stupida divisione della Romania in due: riformatori e antiriformatori. Certo, la frattura sociale è diventata consueta per la società romena e la solidarietà nazionale è sempre più difficile da trovare. Ma c’è qualcosa che unisce tutti i romeni di oggi, anche se sembra che nulla li unisca: nel profondo, in tutti i gruppi della società romena, qualunque essi siano, esiste una forte rivolta contro i privilegi. Tutti i romeni sono indignati dal modo in cui i privilegi vengono distribuiti nella società romena. In realtà, l’intera società romena chiede con veemenza all’élite che distribuisce i privilegi su quali basi lo faccia e perché lo faccia. E l’élite distributrice di privilegi finge di non sentire. Il fondamento della rivolta della nostra società, che si avvicina se le cose continuano così, non è né AUR, né Putin, né la manipolazione attraverso TikTok, ma è la rottura tra merito – privilegi – responsabilità. Se anche una sola di queste determinanti avesse continuato a funzionare, ci sarebbe stato ancora qualcosa. Se almeno i privilegi fossero stati assegnati in base al merito o se i privilegiati fossero stati responsabili, sarebbe pur sempre stato qualcosa. Ma i rapporti tra questi tre poli sono spezzati e le discrepanze diventano sempre più sfacciate: i privilegi finiscono sempre più spesso a coloro che li meritano sempre meno, mentre il grado di irresponsabilità cresce con il livello dei privilegi ricevuti.
Il 2026 è stato un anno estenuante per i romeni. Una grave crisi economica, aggravata da una crisi politica prolungata, in un contesto globale reso teso dalle guerre, ha reso la vita quotidiana dei romeni più difficile e più preoccupata. Lo smarrimento generale è accresciuto, naturalmente, dal modo assolutamente ignobile in cui i partiti politici intendono svolgere il proprio ruolo e dalla prestazione delirante del presidente della Romania. Cosa seguirà, lo vedremo. Come dice qualcuno, moriremo e vedremo.
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