È settembre. Iniziano le scuole e, come ogni anno, nutriamo la speranza che il nuovo anno scolastico sia forse più proficuo per gli studenti e meno gravato da tensioni per il sistema rispetto ai più recenti. L’anno scorso, le riforme del signor Bolojan, ingiuste nei confronti dell’istruzione, hanno irritato a buon diritto gli insegnanti, mentre i cambiamenti legislativi mal concepiti approvati dal Parlamento hanno disorientato gli studenti.
A mio parere, uno dei grandi problemi del nostro sistema di istruzione, scolastica e prescolare, è che vediamo gli alberi senza vedere la foresta. Finanziamenti, certo, organizzazione e gestione, naturalmente, i genitori – un problema enorme! – senza dubbio, ma non credo sia un male se ci allontaniamo un po’ dal campo gravitazionale estremamente potente di questi problemi e proviamo a guardare l’insieme e il lungo periodo. Nessun altro sistema tra quelli che compongono lo Stato richiede con maggiore urgenza una visione a lungo termine quanto il sistema dell’istruzione. Ricordo un’osservazione fatta da Kant nel Trattato di pedagogia: se prepari bambini e giovani per il mondo in cui viviamo, non aspettarti che lo cambino; lo scopo essenziale dell’educazione è preparare bambini e giovani per un mondo ideale, dice il filosofo, o almeno migliore – per un mondo diverso che conoscano già prima di realizzarlo, preciso io, spero, in modo più realistico. E allora, come dovrebbe essere orientata in generale la nostra istruzione? Ecco, formulo un’idea. Ma procediamo per gradi.
L’incontro tra la cultura greco-romana e il cristianesimo non è soltanto il momento fondativo della nostra Europa, ma anche un episodio che continua ancora oggi a riverberarsi con forza. In senso profondo, questo formidabile incontro non ha ancora esaurito tutto il suo potenziale civilizzatore. Una delle eco più potenti del grande incontro tra cultura greco-romana e cristianesimo si vede chiaramente nell’ambito della formazione, dell’educazione, della crescita umana. La trasformazione della tanto citata paideia da concetto/realtà greco-romana in concetto/realtà cristiana è stata un processo storico di grande rilievo per la civiltà europea. I greci sapevano già che il motore del meccanismo paideico è la relazione tra mentore e discepolo. Conosciamo la storia di Mentore. Il figlio di Alcimo protegge e consiglia Telemaco, così la dea Atena, quando sente lei stessa il bisogno di intervenire in aiuto del figlio di Ulisse, assume le sembianze di Mentore senza che Mentore, l’uomo, sia scomparso. Questa doppia identità, questi due Mentori che al giovane Telemaco appaiono come uno solo, offre una chiave molto utile per comprendere la natura del mentore nell’ambito della relazione paideica: è ora dio, ora uomo, ma sempre nello stesso ruolo, sempre con la stessa funzione per il discepolo. Mi limito a osservare che la trasformazione di Mentore da nome proprio a nome comune è molto tarda in Europa: il primo a compierla è, per quanto ne so, Fénelon, a cavallo tra il XVII e il XVIII secolo.
Poi, con Socrate e Platone, il mentore diventa, da protettore e consigliere, una sorta di levatrice che aiuta il discepolo a far nascere da solo la verità, a muovere da solo i passi sul cammino della conoscenza. La relazione diventa più complessa, acquisendo nuove dimensioni di attaccamento e gratitudine. Nasce così un’intera cultura paideica, nella quale il mentore diventa un modello degno non solo di essere seguito, ma anche amato e onorato dal discepolo.
La comparsa del cristianesimo, la diffusione dei Vangeli e delle lettere paoline sono momenti di svolta civilizzazionale. Senza saperlo, l’intera cultura europea antica imbocca una via di Damasco che sta ancora percorrendo. Intorno alla metà del IV secolo, tra i giovani che studiavano filosofia ad Atene ve ne sono due che erano compagni di scuola, come diremmo oggi. Un certo Flavius Claudius Iulianus, romano, nipote di Costantino il Grande, e un certo Gregorios, greco, figlio di un ricco latifondista. Il primo diventerà imperatore e passerà alla storia come Giuliano l’Apostata, il secondo diventerà arcivescovo di Costantinopoli, poi santo, e passerà alla storia come Gregorio di Nazianzo. Compagni, certo, ma già molto diversi tra loro dai banchi di scuola.
Diventato imperatore, come è noto, Giuliano perseguì una politica volta a isolare i cristiani dal resto della società, vietando loro moltissime cose. Giuliano sperava di ravvivare il politeismo pagano greco e di fermare l’avanzata del cristianesimo. Tra le altre cose, vietò agli insegnanti cristiani di insegnare grammatica, retorica e i grandi testi greci, come quelli di Omero o Esiodo, sostenendo che coloro che avevano rinnegato gli dèi, cioè i cristiani, non potessero insegnare ad altri qualcosa sugli dèi. Gregorio di Nazianzo fu uno dei critici più veementi di questo editto imperiale, perché fu proprio lui a dimostrare nel modo più chiaro possibile quanto il cristianesimo si arricchisca straordinariamente adottando l’intero apparato culturale e l’arsenale concettuale greco.
In fondo, la differenza tra Giuliano l’Apostata e Gregorio di Nazianzo riguarda il ruolo del mentore – dell’insegnante, se volete – nel meccanismo paideico. Per l’imperatore, secondo la tradizione greca classica, l’insegnante è il modello: deve presentarsi al discepolo senza dubbi e senza controversie, per essere seguito e amato. Il discepolo è un epigono. Per Gregorio di Nazianzo, l’unico maestro è Gesù Cristo. Il mentore non deve porsi nella posizione di maestro, ma deve aiutare il discepolo a seguire Cristo. Queste sembrano essere le due varianti di educazione praticabili: la prima, nella quale il discepolo cresce copiando il maestro, e la seconda, nella quale il discepolo viene guidato dal maestro a seguire qualcosa che è superiore a entrambi. È vero, la pedagogia moderna ha inventato anche qualcosa che sembra una terza variante: quella in cui il discepolo non deve né copiare il maestro né perseguire insieme al maestro qualcosa di superiore a entrambi, ma deve concentrarsi su se stesso, cercarsi, trovarsi, come se egli stesso, il discepolo, fosse l’obiettivo della propria educazione. Ne risulta un tipo di educazione che assomiglia a un cucciolo che corre in cerchio dietro alla propria coda. Sinceramente, quando sento dire che l’educazione deve essere incentrata sullo studente, mi irrigidisco. Vogliamo produrre persone concentrate su se stesse? A mio parere, l’educazione deve essere orientata verso uno scopo molto più elevato del docente e dello studente, e tale scopo deve esercitare sullo studente una forza trasformativa di grande intensità. L’idea non è che il discepolo debba trovare se stesso, ma che debba dirigersi verso un ideale, verso una meta nobile e grandiosa. Che vi arrivi o meno è importante, ma secondario. Lo scopo principale dell’educazione è vedere il discepolo tentare di superare la propria condizione.
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