La Commissione europea ha annunciato di monitorare con «preoccupazione» la situazione dei diritti umani in Turchia, dopo le retate effettuate alla fine della settimana in diverse attività commerciali e organizzazioni LGBTQ+ del Paese. Almeno 63 persone sono state arrestate, per la maggior parte attivisti per i diritti delle minoranze sessuali e femministe.
Christian Wigand, portavoce della Commissione europea, ha dichiarato che la Turchia, in qualità di Paese candidato all'adesione all'Unione europea e membro di lunga data del Consiglio d'Europa, deve rispettare e garantire i diritti umani e la dignità di tutte le persone, indipendentemente dall'identità di genere o dall'orientamento sessuale.
Le retate sono state coordinate dai procuratori di Ankara, Istanbul e Izmir, nell'ambito dell'operazione governativa «La mia famiglia è al sicuro». L'azione fa parte del più ampio programma «Il decennio della famiglia e della popolazione», attraverso il quale le autorità mirano ad aumentare il tasso di natalità e a rallentare l'invecchiamento della popolazione.
La Commissione ha inoltre condannato il blocco di alcuni siti web e account sui social network, nonché le pressioni sui finanziamenti delle organizzazioni non governative. Le relazioni tra persone dello stesso sesso non sono illegali in Turchia, tuttavia la comunità LGBTQ+ deve affrontare l'omofobia e un discorso politico ostile, promosso anche dal presidente Recep Tayyip Erdoğan.
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