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EDITORIALI & opinioni

Un acronimo per la nostra tranquillità

Darie Cristea, director de cercetare INSCOP Research
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4 settembre 2026, 11:26
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Opinioni
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Nei giorni scorsi ho avuto l’occasione di discutere con alcuni esperti di FIMI (Foreign information manipulation and interference). Persone serie, del resto, scafate e navigatissime, non analisti che stanno incollati come ventose agli schermi televisivi per mancanza di interessi reali. Insomma, persone provenienti da istituzioni, civili e militari, ma anche da aziende private e ONG. Erano presenti accenti diversi, ma anche un patrimonio comune di concetti, il che tradiva non tanto una vita organizzativa, quanto una cultura sottesa da preoccupazioni e vocabolari simili.

Per chi fosse interessato, il Servizio europeo per l’azione esterna (il servizio diplomatico dell’UE) dispone di una struttura che si occupa di contrastare le campagne FIMI, all’incirca dal 2015, quando è iniziata la guerra ibrida in Ucraina (https://www.eeas.europa.eu/eeas/information-integrity-and-countering-foreign-information-manipulation-interference-fimi_en ).

La parte interessante è che tutto questo spazio di preoccupazioni (propaganda, manipolazione, comunicazione strategica, notizie false/fake news, campagne di disinformazione come parte di una guerra ibrida), che in qualche modo ha ossessionato anche la società rumena dall’uscita dal comunismo fino a oggi, ha beneficiato di periodici rinnovamenti concettuali, a seconda del contesto. Gli anni successivi al 2015, nella preoccupazione internazionale per la perdita del sistema internazionale così come lo ritenevamo noi, pacifico, amichevole, pronto a essere visitato durante escursioni esotiche e ricoperto da reti commerciali e internet, sono tornati a una versione hi-tech della guerra fredda. E quando pensi che, nella prima guerra fredda, entrambe le parti abbiano mandato persone nello spazio usando computer con una capacità inferiore a quella del telefono che ognuno di voi ha ora in tasca, inizi a capire quello che stiamo attraversando. Come in quella battuta: su Marte non siamo ancora arrivati, ma abbiamo tappi di plastica incollati al vetro.

A volte, però, hai la sensazione che la preoccupazione fondamentale, dai diplomatici ai decisori, dall’academia ai mass media che flirtano con la geopolitica, fino ai consulenti che draftează policy-papers, ogni volta che compare una nuova sfida, sia quella di dare un nome diverso alle nuove realtà, sperando che i nuovi nomi portino con sé anche le risposte necessarie. Commentavo qualche tempo fa che fake news e guerra ibrida sono concetti che descrivono una realtà, ma la loro capacità di fornire una spiegazione è piuttosto ridotta. Beh, vedete, la guerra ibrida è anche così e cosà, non è come quelle vecchie, ma può esserlo. Al di là dell’aspetto tecnico, guardo alla storia e vedo che la propaganda ha sempre preparato il terreno per cambiamenti di regime, guerre, rivoluzioni, almeno nella modernità, da quando possiamo parlare realmente di comunicazione di massa e opinione pubblica. E sì, nel caso dell’Ucraina, la guerra ibrida ha preparato una grande invasione. Guardiamo a come veniva analizzata questa guerra ibrida tra il 2015 e il 2022 e vedremo che, lentamente, nella letteratura specialistica usiamo la stessa parola dopo il 2022, ma significa qualcosa di diverso rispetto a prima. Sotto la pressione dei fatti, naturalmente. Allo stesso modo, il concetto di sicurezza, e analogamente quello di fake news, riguardo al quale gli esperti si sono resi conto dopo alcuni anni che non è la stessa cosa di false news e che il fake non è necessariamente falso, ecc.

Non contesto l’utilità del concetto di FIMI, né di ciò che c’era prima o di ciò che verrà dopo, ma mi preoccupa questa strategia di comunicazione in cui, ogni volta che un problema si complica, ne cambiamo o ne sfumiamo il nome e poi, eventualmente, chiediamo all’IA di generare delle risposte. Perché la manipolazione delle informazioni pubbliche e l’interferenza nello spazio informativo nazionale/europeo da parte di una forza straniera, soprattutto se rivale, è un problema reale, ma non si risolve cambiando l’acronimo, né investendo nel suo esilio nel territorio digitale e dell’IA. È un problema di comprendere come si collegano le due estremità: quell’emittente straniero, illegittimo e malevolo (ma che non usa necessariamente mezzi illegali) e la propria opinione pubblica, quest’ultima esistente come un piccolo motore a due tempi, anche dopo che l’uomo semplice e deluso ha tirato fuori il naso dal telefono e dai social network, per così dire.

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