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La vera posta in gioco del recentemente lanciato Manifesto della confederazione datoriale Concordia va oltre le cifre e i fondi europei: si tratta del passaggio dallo status di esecutore a basso costo dell’Europa a quello di architetto industriale della regione.
La Romania corre il pericolo imminente di rimanere bloccata nella «trappola del reddito medio» — un Paese che consuma tecnologia creata in Occidente, assembla componenti con bassi margini di profitto e dipende cronicamente dalle infusioni finanziarie di Bruxelles. Se nel periodo 2028–2034 la Romania continuerà a misurare il successo soltanto attraverso il tasso di assorbimento dei fondi, rischierà di diventare economicamente irrilevante in un’Europa che non premia più la burocrazia, bensì l’innovazione, la sovranità energetica e la capacità di produzione avanzata.
Viviamo dunque nella grande illusione dell’assorbimento, ma 60 miliardi di euro ci terranno con la testa fuori dall’acqua, senza tuttavia salvare la Romania dalla periferia economica dell’Europa. Dalla nostra adesione all’UE, la classe politica e l’amministrazione di Bucarest hanno coltivato una pericolosa illusione: l’idea che il successo economico della Romania si misuri esclusivamente in percentuali di assorbimento dei fondi europei. Abbiamo trasformato la spunta di alcuni indicatori burocratici in una forma di titolo di gloria, abbiamo spuntato progetti, riferito cifre positive a Bruxelles e ci siamo accontentati superficialmente di un PIL in crescita, senza però misurare anche lo sviluppo reale della società. In realtà, confondiamo l’ingresso di denaro nel Paese con lo sviluppo reale, ignorando una dura realtà: siamo rimasti, in gran parte, un mercato di sbocco e un impianto di assemblaggio a basso valore aggiunto.
Il segnale d’allarme lanciato dalla Confederazione Datoriale Concordia attraverso il Manifesto per l’Architettura Economica della Romania arriva in un momento di svolta storica. Le regole del gioco europeo stanno cambiando radicalmente sotto i nostri occhi. Il nuovo Quadro finanziario pluriennale (2028–2034) non offre più assegni in bianco solo perché esistiamo sulla carta geografica. Certo, disponiamo di una dotazione nazionale di circa 60 miliardi di euro. Ma la vera posta in gioco — e il vero test di maturità dello Stato rumeno — si trova nell’enorme pacchetto da 400 miliardi di euro del Fondo europeo per la competitività e di Horizon Europe. Questi fondi non sono preassegnati. Non arrivano da soli. Si conquistano in una dura competizione, progetto per progetto, in diretta concorrenza con i campioni industriali di Germania, Francia o Paesi Bassi.
È qui che si apre il divario tra il modo in cui abbiamo funzionato finora e ciò che ci riserva il futuro. Se entreremo nell’esercizio 2028–2034 con la stessa mentalità burocratica, bloccati in procedure sterili, senza progetti maturi e senza una visione industriale chiara, assisteremo a un grave fallimento strategico. Perderemo i miliardi che contano davvero — quelli che finanziano la tecnologia avanzata, l’intelligenza artificiale, le reti energetiche, i semiconduttori e le biotecnologie – e questo per elencare qui solo una parte del potenziale degli sviluppi futuri.
Non possiamo più essere competitivi in tutti i settori ed è una sciocchezza provarci. La Romania deve avere il coraggio politico di scegliere 4-6 settori strategici da sostenere massicciamente: dal gas del Mar Nero e dall’energia verde, fino all’industria della difesa, all’IT ad alte prestazioni e all’agricoltura trasformata. Lo Stato non può più continuare a lavorare in «silos» isolati, guardando al mondo degli affari con sospetto o come a una semplice fonte di tasse. Abbiamo bisogno di forti consorzi nazionali — strette alleanze tra grandi aziende, PMI innovative, università e banche — capaci di proporre progetti di portata continentale. Abbiamo bisogno di strumenti di finanziamento misto (blended finance) che mettano al lavoro ogni euro pubblico per attirare capitale privato, moltiplicando l’impatto sull’economia.
La posta in gioco non è più come spendiamo i fondi europei, ma quale tipo di economia lasciamo alle spalle per i prossimi 20 anni. Restiamo alla periferia, esportando materie prime e cervelli, mentre importiamo prodotti finiti costosi? Oppure ci assumiamo lo status di leader economico regionale, capace di creare valore aggiunto proprio qui, a casa?
La finestra di opportunità 2028–2034 è breve e non resterà aperta all’infinito. Se non passeremo con urgenza da un’economia della burocrazia a un’economia di progetti industriali reali, lo status di economia secondaria dell’Europa non sarà più un avvertimento delle organizzazioni datoriali, bensì una sentenza definitiva.
Questa è la Grande Posta in Gioco!
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