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Ambizioni climatiche e pragmatismo economico, giammai «ambizioni o pragmatismo». È di questa sfumatura realistica che ha bisogno l’intera Europa per ricostruire la propria architettura di competitività industriale ed energetica.
Il contesto europeo è segnato da tensioni geopolitiche, perturbazioni delle catene di approvvigionamento energetico e volatilità dei prezzi, fattori che negli ultimi anni hanno messo alla prova la resilienza del sistema energetico europeo, ma che hanno anche spinto l’industria europea sull’orlo di una frattura in termini di competitività. L’Europa ha bisogno di soluzioni che combinino sicurezza e prevedibilità dell’approvvigionamento, condizioni favorevoli agli investimenti e accesso all’energia a costi competitivi per i consumatori.
È una delle direzioni richieste da sei organizzazioni di Bulgaria, Repubblica Ceca, Grecia, Polonia, Romania e Slovacchia – Bulgarian Petroleum and Gas Association (BPGA), Czech Association of Petroleum Industry and Trade (CAPPO), Hellenic Petroleum Marketing Companies Association, Polish Petroleum Industry and Trade Organisation (POPiHN), Federația Patronală a Energiei (FPE) e Slovak Association of Fuel Industry and Trade (SAPPO) – che hanno recentemente firmato a Sofia la Dichiarazione di lancio dell’Alleanza dell’Energia degli Stati dell’Europa centrale e orientale. La Dichiarazione riafferma, allo stesso tempo, l’impegno delle organizzazioni firmatarie nei confronti degli obiettivi climatici dell’Unione europea, compreso il raggiungimento della neutralità climatica entro il 2050.
A livello delle grandi cancellerie europee e delle istituzioni di Bruxelles, l’architettura della transizione verde sembra già completata sulla carta. Gli obiettivi climatici sono stati tracciati con precisione matematica e il calendario della decarbonizzazione viene presentato come un percorso senza possibilità di ritorno. Tuttavia, dalla prospettiva dell’Europa centrale e orientale, la realtà sul campo appare fondamentalmente diversa. La principale sfida del momento non consiste più nella formulazione di obiettivi spettacolari, bensì nella capacità tecnica, finanziaria e strutturale di attuarli concretamente. Affinché la trasformazione energetica non si blocchi in una situazione di stallo sistemica, i leader del continente devono accettare una verità scomoda: l’Europa non deve scegliere tra ambizione e pragmatismo, ma ha un bisogno vitale di entrambi.
Vista dalla nostra regione, la transizione non è un esercizio astratto di redazione legislativa, bensì una prova di resistenza per le infrastrutture e la competitività. Dallo scoppio della crisi energetica, la sicurezza dell’approvvigionamento e il mantenimento della capacità industriale sono diventati priorità strategiche incontestabili. Tuttavia, il modo in cui vengono concepite le nuove normative europee rischia spesso di creare fratture pericolose tra nobili intenzioni e possibilità di attuazione. Quando valutiamo qualsiasi misura ambientale, dobbiamo porci simultaneamente tre domande essenziali: preserva la sicurezza dell’approvvigionamento, consente alle aziende europee di rimanere competitive e di investire, e riduce davvero le emissioni? Se un solo obiettivo viene raggiunto al prezzo di sacrificare gli altri due, l’intera struttura perde il proprio equilibrio e necessita di una ricalibrazione urgente.
La frattura tra ambizione politica e realtà tecnica è più evidente nel Regolamento sulla riduzione delle emissioni di metano (MER). Sebbene il settore energetico sostenga senza riserve gli obiettivi ambientali, l’applicazione pratica del MER rischia di colpire le fondamenta della produzione interna e delle importazioni. Per quanto riguarda la produzione nazionale, i requisiti rigidi ignorano il naturale ciclo di vita delle infrastrutture esistenti e il ritmo lento dei processi amministrativi di autorizzazione. Per quanto riguarda le importazioni, alle aziende viene chiesto di garantire verifiche impossibili da ottenere su catene internazionali di approvvigionamento di enorme complessità. La richiesta dell’industria di introdurre un approccio di tipo «fermare il cronometro» fino al chiarimento delle metodologie non è un tentativo di eludere la responsabilità, bensì un appello alla ragione: non si può pretendere la conformità in un quadro giuridico incerto e tecnicamente inapplicabile.
Un altro esempio eloquente dell’approccio frammentato è la Legge sull’industria a zero emissioni nette (NZIA). Per quanto riguarda le tecnologie di cattura e stoccaggio del carbonio (CCS), l’Unione europea ha fissato un ambizioso obiettivo di stoccaggio di 50 milioni di tonnellate all’anno. Tuttavia, lo stoccaggio dell’anidride carbonica non può esistere isolatamente, come un semplice obbligo amministrativo, in assenza di un’infrastruttura integrata di cattura e trasporto e di una domanda reale sul mercato. Casi estremi, come quello della Romania — dove solo tre aziende si trovano nella situazione di farsi carico del 20% dell’intero obiettivo di stoccaggio dell’Unione europea — dimostrano il rischio che obblighi sproporzionati scoraggino gli investimenti e creino colli di bottiglia critici. Invece di un semplice mandato coercitivo, l’Europa ha il dovere di costruire un mercato funzionale basato sull’intera catena del valore.
Tutte queste vulnerabilità convergono verso ciò che rappresenta, in sostanza, la grande posta in gioco della transizione: l’Europa non raggiungerà i propri obiettivi ambientali attraverso l’accumulo infinito di regole, bensì attirando ingenti capitali, agevolati da una regolamentazione intelligente. In assenza di prevedibilità legislativa e di modelli di business sostenibili, costringiamo il capitale privato a migrare verso altre regioni del mondo più favorevoli agli investimenti, proprio nel momento in cui ne abbiamo maggiormente bisogno in patria. Il successo della politica energetica non si misura nel volume delle restrizioni adottate a Bruxelles, bensì nei gigawatt di energia pulita e resilienza che riusciamo a immettere nell’economia.
Qualsiasi cosa legata all’uomo può essere risolta dall’uomo, se si dimostra sbagliata. Per correggere questo percorso, le istituzioni europee devono rinunciare alla prassi di consultare l’industria solo dopo che le leggi sono già state redatte, quando le discussioni si limitano alla gestione dei danni. L’esperienza tecnica di coloro che gestiscono le reti e le infrastrutture deve essere ascoltata fin dalla fase iniziale di concezione legislativa. In caso contrario, la distanza tra decisione politica e realtà economica continuerà ad ampliarsi.
La transizione energetica nell’Europa centrale e orientale non è uno sprint ideologico, bensì una maratona infrastrutturale che richiede risorse, tempo e pragmatismo. Se vogliamo che questo progetto storico abbia successo senza destabilizzare le economie nazionali, dobbiamo comprendere che il rigore tecnico non annulla l’ambizione, ma le offre sostenibilità.
La lezione fondamentale di questi anni è chiara e non può più essere ignorata: l’Europa non deve scegliere tra ambizione e pragmatismo. Ha bisogno simultaneamente di entrambi.
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