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ANALISI Come tracciano i leader NATO in Europa le linee rosse tra le pressioni di Washington e i costi interni della guerra in Iran

Matei Gaginsky
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17 marzo 2026, 12:18
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Foto Credit: DPPA / Sipa USA / Profimedia
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Il conflitto scatenato dagli attacchi americani e israeliani contro l'Iran è entrato nella terza settimana, con attacchi missilistici e droni contro obiettivi americani e lo Stretto di Hormuz mantenuto in gran parte chiuso. Il blocco provoca aumenti repentini dei prezzi dell'energia e dei combustibili, alimentando timori di una nuova crisi economica globale e aumentando la pressione sui governi europei.


Il presidente americano Donald Trump ha chiesto agli alleati della NATO di unirsi a una missione navale per riaprire lo Stretto, legando esplicitamente la disponibilità di Washington a sostenere l'Ucraina alla partecipazione europea alle operazioni nel Golfo. La risposta è stata, con rare eccezioni, di rifiuto o rinvio, da Londra e Berlino fino a Parigi, Madrid, Roma, Copenaghen e Helsinki, dove i leader sottolineano i limiti del loro coinvolgimento militare in questo nuovo fronte.


Keir Starmer: sostegno all'Ucraina, freno in Iran


A Londra, Keir Starmer si trova al centro di una disputa diretta con Donald Trump, dopo aver rifiutato di inviare navi della Royal Navy per proteggere il traffico petrolifero e contribuire alla riapertura dello Stretto di Hormuz. Il presidente americano ha accusato pubblicamente il premier britannico di mancanza di coinvolgimento, sostenendo addirittura che avrebbe proposto di inviare due portaerei nella regione, affermazione che Downing Street ha smentito, sottolineando che solo un portaerei è operativo e che deve essere inviato in Artico.


Starmer ha tracciato una linea rossa chiara: il Regno Unito non si lascerà "trascinare in una guerra più ampia" in Medio Oriente, dopo i primi attacchi contro l'Iran, e "non invierà navi" per pattugliare lo Stretto di Hormuz. Londra non ha partecipato ai bombardamenti iniziali contro l'Iran, il che segnala un allontanamento controllato dalla strategia militare di Washington, mentre il premier concentra la sua agenda di politica estera sull'Ucraina, anche attraverso incontri a Londra con Volodymyr Zelensky e il segretario generale della NATO, Mark Rutte.


Internamente, la posizione di Starmer divide l'opinione pubblica: il 41% degli britannici ritiene che abbia gestito male l'esplosione del conflitto in Medio Oriente, mentre il 37% crede che abbia fatto bene, mentre il 59% degli elettori laburisti apprezza positivamente la sua risposta. Il governo ha annunciato un pacchetto di 53 milioni di sterline per sostenere le famiglie più colpite dall'aumento delle bollette energetiche, cercando di attenuare i costi sociali del conflitto e di rafforzare la legittimità di una linea prudente nei confronti dell'Iran.


Friedrich Merz: la guerra in Iran vista dalla pompa


In Germania, Friedrich Merz affronta l'impatto della guerra attraverso il prisma dei prezzi dei combustibili, in un contesto in cui il blocco dello Stretto di Hormuz ha portato ai più forti aumenti dei prezzi dei carburanti nell'UE. Un litro di benzina costa in media 2,12 euro, mentre uno di gasolio 2,18 euro, il che amplifica la pressione sul governo di Berlino.


Il governo guidato da Merz accusa le compagnie petrolifere di "rapina" alla pompa, mentre gli esperti richiamano l'attenzione sulla quota elevata delle tasse e delle accise nel prezzo finale. Il governo sta preparando un pacchetto di misure per temperare gli aumenti, escludendo però l'introduzione di un tetto ai prezzi – opzione che suscita critiche da parte delle organizzazioni sociali. Tra le idee c'è la limitazione della possibilità di aumentare i prezzi alla pompa a una sola volta al giorno, misura concepita per combattere la percezione di speculazione, sotto la guida di un gruppo di lavoro guidato dal deputato CDU Sepp Müller e dal socialdemocratico Armand Zorn.


La guerra in Iran diventa quindi, per Merz, un fattore esterno che accelera un dibattito interno più vecchio sulla fiscalità, il costo della vita e il ruolo dello stato nella protezione dei consumatori vulnerabili, senza che Berlino debba assumere un ruolo militare prominente nel Golfo. Il rifiuto della Germania di partecipare alla missione navale richiesta da Trump si inserisce nella linea generale delle grandi capitali europee.


Emmanuel Macron: prudenza militare, attivismo diplomatico


Macron affronta la crisi iraniana attraverso gli strumenti istituzionali classici della presidenza francese – consigli di difesa e sicurezza nazionale e consultazioni al vertice, il che indica che Parigi tratta il conflitto come un dossier strategico principale, non come un episodio periferico di politica estera. La convocazione di un nuovo consiglio di difesa e sicurezza nazionale dedicato alla "situazione in Iran e in Medio Oriente" dimostra che la guerra è integrata nel calcolo più ampio della sicurezza francese, dall'energia alla stabilità regionale.


Allo stesso tempo, Macron si trova sotto una doppia pressione: Donald Trump chiede esplicitamente che la Francia partecipi alla sicurezza dello Stretto di Hormuz, mentre il presidente israeliano Isaac Herzog richiede che gli stati europei sostengano "qualsiasi sforzo di eradicazione" di Hezbollah. Questo colloca Parigi tra due fronti simultanei – Golfo e fronte libanese, e costringe Macron a ponderare sia i rischi militari, sia le implicazioni politiche di un coinvolgimento esteso.


Il fatto che la Francia sia menzionata tra i paesi che hanno rifiutato di unirsi alla missione navale nello Stretto di Hormuz dimostra che, nonostante la pressione americana e israeliana, la linea attuale di Macron rimane una di prudenza militare. Parigi mantiene così un margine di autonomia strategica: rimane alleata degli USA e attore chiave nella NATO, ma evita di farsi coinvolgere in un conflitto aperto con l'Iran che potrebbe destabilizzare ulteriormente il Medio Oriente e esporre le forze francesi.


Questa attitudine completa le posizioni di Keir Starmer e Friedrich Merz. Londra afferma apertamente che "non invierà navi", Berlino rifiuta a sua volta la partecipazione, e Parigi segnala attraverso decisioni che non desidera entrare nella logica di una missione navale sotto guida americana nel Golfo. Sul piano politico, Macron cerca di mantenere l'equilibrio tra solidarietà con Washington ed evitare una percezione interna che la Francia sia spinta in una nuova guerra lontano dai fronti considerati prioritari.


Pedro Sánchez: blocco totale del coinvolgimento militare


Pedro Sánchez guarda alla guerra in Iran attraverso la lente dei suoi effetti economici e sociali sulla Spagna, in un contesto in cui il blocco dello Stretto di Hormuz e l'aumento dei prezzi dell'energia minacciano il costo della vita e la stabilità sociale. Le richieste dei leader regionali delle Isole Canarie e del Paese Basco di convocare "urgentemente" la Conferenza dei Presidenti dimostrano che, nella percezione degli attori politici interni, l'intervento militare americano in Iran non è un dossier lontano, ma un fattore di rischio diretto per l'economia e la società spagnola.


Il fatto che Sánchez non abbia ancora convocato questa struttura, nonostante i regolamenti prevedano due riunioni annuali e l'ultima si sia tenuta a giugno 2025, gli ha attirato critiche e suggerisce un'esitazione nel trasformare la crisi iraniana in un dossier centrale dell'agenda politica interna. Allo stesso tempo, l'insistenza sulla "crescente preoccupazione" riguardo alle conseguenze economiche e sociali indica una pressione sempre maggiore affinché il governo fornisca una risposta coerente all'impatto indiretto della guerra, dai prezzi dell'energia ai bilanci regionali.


Sul piano esterno, la posizione di Sánchez si è cristallizzata rapidamente in un chiaro rifiuto del coinvolgimento militare al fianco degli USA. Il governo di Madrid ha annunciato che la Spagna non parteciperà a nessuna operazione militare nello Stretto di Hormuz e non contribuirà con navi, truppe o aerei alle missioni legate al conflitto con l'Iran. Inoltre, Sánchez ha respinto le richieste di Washington di utilizzare le basi militari spagnole per operazioni offensive, insistendo sul fatto che la Spagna non sarà parte di attacchi contro l'Iran e che qualsiasi utilizzo della sua infrastruttura deve rispettare rigorosamente gli accordi esistenti e il diritto internazionale.


La retorica adottata dal premier spagnolo, da formule come "non in guerra" fino a sottolineare che la risposta alla crisi deve essere "politica e diplomatica, non militare", evoca deliberatamente il precedente dell'opposizione spagnola all'invasione dell'Iraq nel 2003. Madrid si è posizionata come una delle voci più ferme in Europa contro l'espansione della guerra, anche a costo di tensioni aperte con Donald Trump, che ha minacciato misure commerciali punitive e la rivalutazione dei rapporti con gli alleati che rifiutano di partecipare allo sforzo militare.


Così, per Sánchez, la priorità dichiarata è gestire "lo shock economico" generato dal conflitto e proteggere la coesione interna, piuttosto che assumere un ruolo militare esteso nel Golfo. Questo approccio lo colloca nella stessa corrente di Merz e Starmer riguardo al rifiuto del coinvolgimento militare diretto, ma lo differenzia attraverso una posizione più vocale e conflittuale nei confronti di Washington.


Giorgia Meloni: allontanamento controllato dal conflitto, sostegno difensivo nella regione


Giorgia Meloni, spesso percepita come una delle alleate europee più vicine a Donald Trump, è stata costretta, con l'esplosione della guerra in Iran, a calibrare attentamente il messaggio tra solidarietà con gli USA e la reticenza dell'elettorato italiano nei confronti di un nuovo conflitto maggiore in Medio Oriente. Sin dall'inizio della crisi, Meloni ha ripetuto che l'Italia "non è in guerra con l'Iran e non vuole entrare in guerra", insistendo che l'obiettivo di Roma è evitare un'escalation regionale e proteggere la sicurezza dei propri cittadini e dei militari dislocati nella zona.


L'Italia ha esplicitamente respinto l'idea di partecipare agli attacchi contro l'Iran e non si è unita alla missione navale richiesta dagli USA nello Stretto di Hormuz, in linea con la posizione di altre grandi capitali europee. Allo stesso tempo, Meloni ha sottolineato che Roma rispetterà gli accordi riguardanti le basi americane sul territorio italiano, chiarendo che queste non saranno automaticamente utilizzate per operazioni offensive, e che qualsiasi eventuale estensione del ruolo dell'Italia richiederebbe un dibattito politico interno e la consultazione del Parlamento.


Il governo italiano ha optato per un coinvolgimento limitato, con un profilo difensivo: l'invio di mezzi navali per sostenere la difesa di Cipro, colpita da attacchi missilistici legati al conflitto, e la disponibilità a fornire sistemi di difesa aerea a partner del Golfo per proteggere le infrastrutture critiche e la popolazione civile. Questa linea consente all'Italia di presentarsi come un alleato responsabile, preoccupato per la stabilità regionale e per la protezione delle rotte energetiche, senza diventare parte degli attacchi contro l'Iran.


Meloni cerca così di gestire simultaneamente due fronti politici: sul piano esterno, mantiene la relazione strategica con gli USA e con Donald Trump, ma si distanzia dalla logica di una "coalizione di guerra" contro l'Iran; sul piano interno, risponde alle sensibilità di un'opinione pubblica segnata dalle esperienze di interventi precedenti e preoccupata per il rischio di un'escalation incontrollata in Medio Oriente. Il risultato è un "allontanamento controllato": l'Italia rimane nell'equazione di sicurezza della regione attraverso strumenti difensivi e umanitari, ma evita di entrare in prima linea nel conflitto, sia militarmente che simbolicamente.


Mette Frederiksen e Alexander Stubb: il fianco nordico e la "priorità Russia"


Sul fianco nordico dell'Europa, la risposta alle pressioni americane è caratterizzata da un messaggio diretto: l'attenzione principale rimane rivolta verso la Russia. Mentre dettagli specifici sulle posizioni della premier danese Mette Frederiksen e del presidente finlandese Alexander Stubb emergono solo in modo frammentario, l'approccio generale di Helsinki è esplicito, "abbiamo la Russia di cui occuparci", il che indica una chiara reticenza a impegnarsi in uno scontro navale con l'Iran.


Questa formulazione sintetizza una realtà strategica per gli stati nordici: le risorse militari e politiche sono calibrate per dissuadere Mosca e per sostenere l'Ucraina, non per aprire un nuovo teatro principale di operazioni in Medio Oriente. In questo contesto, sia Frederiksen che Stubb si inseriscono nella linea generale della NATO europea, di rifiuto di un'estensione brusca dell'impegno militare oltre l'area di interesse diretto sul fianco orientale.


Un fronte comune europeo: "no" alla missione navale in Iran, "sì" al sostegno per Kiev


Il rifiuto coordinato degli stati europei di partecipare alla missione navale nello Stretto di Hormuz delinea un fronte comune che supera le differenze politiche interne tra Starmer, Merz, Macron, Sánchez, Meloni, Frederiksen e Stubb. Il Regno Unito annuncia esplicitamente che "non invierà navi", la Germania e la Francia si posizionano anch'esse contro la partecipazione all'operazione, e l'Unione Europea ammette che "nessuno è pronto a mettere in pericolo i propri uomini" per mantenere aperto lo Stretto di Hormuz.


La responsabile della diplomazia europea, Kaja Kallas, sintetizza questa orientazione quando afferma che devono essere trovate "vie diplomatiche" per mantenere aperto lo stretto, in modo da evitare crisi alimentari, di fertilizzanti e altre conseguenze globali. In parallelo, gli stessi leader europei riaffermano l'impegno nei confronti dell'Ucraina, sia attraverso incontri diretti, come nel caso di Starmer con Zelensky, sia attraverso aggiustamenti interni volti a rendere sostenibile il costo economico della guerra sia sul fronte orientale che in Medio Oriente.


Convergenza strategica, divergenze di stile


Analizzate insieme, le posizioni di Friedrich Merz, Keir Starmer, Emmanuel Macron, Pedro Sánchez, Giorgia Meloni, Mette Frederiksen e Alexander Stubb delineano una convergenza strategica: nessuna capitale europea importante desidera trasformare la guerra con l'Iran in un nuovo impegno militare diretto, con truppe e navi esposte in prima linea. Le differenze emergono a livello di stile e di priorità interne, dall'accento posto da Starmer sulla bolletta energetica e sull'evitare una "guerra più ampia", alla concentrazione di Merz sui prezzi alla pompa o ai consigli di difesa convocati da Macron.


Dietro queste sfumature, il messaggio comune è che i leader europei cercano di gestire simultaneamente tre pressioni: le richieste americane, il rischio economico globale e le sensibilità interne di società stanche di guerre. Il modo in cui questi leader continueranno a spiegare e aggiustare le proprie posizioni, tra solidarietà con Washington, lealtà verso Kiev e protezione delle proprie economie, influenzerà non solo la dinamica della guerra in Iran, ma anche l'architettura di sicurezza dell'Europa nel suo complesso.



*****Sintesi realizzata con l'aiuto di un flusso di monitoraggio dati fornito dalla piattaforma di monitoraggio media NewsVibe Romania. L'analisi, i dati e le immagini presentate sono state migliorate con l'aiuto di strumenti di Machine Learning e Intelligenza Artificiale

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