„Confine”, „limite”, frontiera” – tre sinonimi per una cosa piuttosto sgradevole un tempo. Del resto, si riferiva a qualcosa di severo e vincolante e molto ben segnalato, così da non poterlo ignorare: imponeva di tenerne conto in molti modi e da molte prospettive, comprese quelle etimologiche...
Ricordiamo ancora il modo in cui viaggiavamo un tempo all’estero, quando era possibile? (Di solito non lo era, ma a volte la grazia delle autorità scendeva su di te ed ecco che avevi il prezioso passaporto!) Mi riferisco al viaggio in sé, in treno: dopo una notte di scossoni nella carrozza cosiddetta cuccetta, sentivi bussare brutalmente alla porta dal ferroviere che ti annunciava di preparare i documenti per il controllo, perché la frontiera si avvicinava – come se avessi chissà cosa da preparare, ma dovevi assolutamente essere sveglio mezz’ora prima! Seguivano poi diversi turni di controlli – doganieri, guardie di frontiera rumene, controllori delle guardie di frontiera rumene, guardie di frontiera ungheresi, doganieri ungheresi, controllori del treno... Tutti seri, arcigni, che ti puntavano una torcia negli occhi, guardandoti con occhio critico (si voleva vigile) il viso, il passaporto, il biglietto, i bagagli, i vestiti, sotto i sedili... Ti facevano capire che ti stavano facendo una grande concessione lasciandoti attraversare la frontiera, anche se eri in regola. Eri sospetto a prescindere. Alcuni – forse a causa di una parola detta per caso, di una denuncia – venivano perquisiti fino alla pelle da uomini o donne, secondo i casi, in uno scompartimento separato; i bagagli venivano aperti e, non di rado, frugati. Nel frattempo, il treno si eternava nella stazione di Curtici e ti chiedevi quando ti avrebbero lasciato proseguire, o persino se ti avrebbero lasciato proseguire. Avevi saputo che alcuni erano stati fatti scendere dal treno... Poi gli dèi delle dogane si impietosivano, il treno si metteva in moto e, sferragliando sugli scambi, passava, piuttosto di malavoglia, nel paese „vicino e amico”. Seguiva, qualche ora dopo, l’altra frontiera, con altri doganieri, altri controllori, verso l’Austria. E solo dopo aver superato anche quella, sapevi di essere – evviva! – nel „mondo libero”! Ma libero o non libero, a ogni passaggio di frontiera, lo stesso rituale – più semplificato o più prolungato: guardie di frontiera da entrambe le parti, controlli, sguardi sospettosi sui bagagli o sul passaporto... In breve, venivi informato continuamente e sistematicamente che esistono numerose frontiere e dogane tra i paesi, che sono essenziali, che senza di esse, a quanto pare, non si può né viaggiare, né respirare, quasi neppure... vivere. Dopo il 1989, il passaporto tornò a essere un diritto, non un privilegio. Ma a che serviva, all’inizio? Avevi il passaporto, ma non i visti per i principali paesi dell’Occidente. Ora eri libero di lasciare il paese, ma non di entrare in un altro, che ti guardava con sospetto e ti chiedeva vari documenti giustificativi, per appiccicarti sul passaporto un visto enorme. E ricordate le interminabili code e gli assembramenti davanti alle ambasciate di Germania, Francia, Italia? La gente arrivava nel cuore della notte, dormiva nelle automobili, per riuscire a prendere posto. Era nato spontaneamente un intero commercio ambulante locale – con baracchini o roulotte dove si vendevano panini, pâté, cornetti, bibite, francobolli, ma anche copisterie che facevano copie febbrilmente dei documenti.
E all’improvviso, nel 2002, tutto quel formicaio umano, proto-capitalista, si è dissolto: si è potuto finalmente viaggiare senza visto nei principali paesi dell’UE. Rimaneva, invece, il problema dei soldi: eravamo poveri, la maggior parte di noi; viaggiavi quasi soltanto se avevi un invito, un posto di lavoro assicurato „fuori”, una borsa di studio o un grant ecc... Gradualmente, però, abbiamo cominciato a essere meno poveri – non proprio ricchi, ma in grado di permetterci un breve soggiorno all’estero. Nel frattempo, non è più servito neppure il passaporto e si è potuto viaggiare ovunque in Europa soltanto con la carta d’identità. Te la chiedevano ancora alle frontiere – negli aeroporti – o alle frontiere terrestri, in automobile. Sentivi ancora che la frontiera esisteva – „l’ultima frontiera”. Sentivi ancora qualche sguardo sospettoso. Ma anche questo è finito: siamo entrati in Schengen – prima negli aeroporti, poi ovunque, e questo non molto tempo fa, nel 2025. Ora andiamo in tutta Europa come se fossimo a casa nostra, perché in qualche modo siamo „a casa nostra” – a Vienna come a Iași –; nessuno ti chiede più nulla, non ti chiede più niente e praticamente non sai nemmeno quando sei dall’altra parte, se sei in automobile. Non esiste più „l’altra parte”... E, sebbene non siamo passati all’euro, non abbiamo quasi più neppure bisogno di cambiare fisicamente il denaro: le carte bancarie funzionano di solito ovunque. È solo quando viaggi che cominci a sentire quanto sia meravigliosa questa Unione Europea! Non per caso ha anche tanti nemici – a Est e a Ovest, ma la cosa più dannosa è che ce ne siano parecchi al suo interno...
Sì, alcuni tessono (con maggiore eleganza o più brutalmente) l’elogio delle frontiere – comprese quelle sorvegliate da doganieri arcigni e mal rasati, che ti svegliano all’alba e frugano sospettosi nei tuoi bagagli. E probabilmente vorrebbero di nuovo accanto a sé costoro, insieme al formicaio ambulante intorno alle ambasciate, anzi, forse rimpiangono masochisticamente il rifiuto di ricevere un passaporto, o l’obbligo di restituirlo entro tre giorni dall’arrivo nel paese, in cambio della carta d’identità. Hanno, a quanto pare, nostalgia del grande „privilegio” di viaggiare „fuori”, aspirano all’umiliazione di un portafoglio pieno di denaro che non puoi cambiare in altre valute. Oppure vogliono tornare a sentire il nodo alla gola e la tensione ogni volta che si avvicinerebbero a quell’„altra parte”, senza la quale la vita era inimmaginabile.
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