Pagine di «note, stati d’animo, giorni», scritte fin dalla giovinezza (1968) e pubblicate, frammentariamente, da Humanitas nel 2010, ho cominciato a riproporle anche su Dilema da qualche tempo, non senza una punta di senso di colpa. (Ristampo cioè vecchi testi, alcuni già pubblicati...) Ho cercato tuttavia di giustificare, per la prima volta, la mia decisione – nel 2024, credo – nella prima parte del testo qui sotto.
Il giornalista non può evitare di soccombere sotto l’invasione dell’immediato. L’effimero, l’aneddoto e la policromia delle circostanze sono il suo mestiere, la sostanza asfissiante della sua frettolosa riflessività. A volte si stanca, a volte cerca il suo argomento con la candela, come i senzatetto cercano il cibo tra i rifiuti... Prigioniero dell’«attualità», rischia di perdere completamente il senso della storia, del proprio dramma, della gratuità. Diventa un funzionario del quotidiano, un allucinato del fatto di cronaca. Concentrato sul passeggero, il giornalista ha bisogno di un grande talento, di un umorismo sempre fresco e di un movimento imprevedibile dell’intelligenza per evitare la trivialità o il discorso monotono. Può salvarsi soltanto attraverso lo stile, il coraggio investigativo e la divagazione ermeneutica. Ma anche attraverso alcune manovre di disintossicazione. Di tanto in tanto deve guadagnare quota, staccarsi dalle promiscuità dell’istante, per respirare un’aria più pura. Altrimenti si dissolverà nell’irrilevanza, insieme alla materia di cui si occupa.
Ma tutti abbiamo, in realtà, nella misura in cui ci lasciamo vivere, nella misura in cui acconsentiamo senza riserve alle circostanze correnti, il problema del giornalista. Tutti ci dimentichiamo quotidianamente di noi stessi, tutti indugiamo colpevolmente nello splendore ingannevole delle superfici, nella pioggia di dettagli insignificanti della routine giornaliera. Tutti scommettiamo sull’accidentale e sulla volubilità anonima.
Dico tutto questo per spiegare ai lettori perché, di tanto in tanto, sentirò il bisogno di non prendere più nota dell’immediato. Di essere inattuale. Parlerò d’altro, sfoglierò quaderni di appunti più vecchi, mi tufferò nel privato. Riprenderò, a intermittenza, una serie iniziata nella vecchia Dilema, con il titolo «Note, stati d’animo, giorni». Ci ricorderemo così, insieme, di un altro immediato, l’immediato di altri tempi, oppure dell’immediato imperituro delle cose che contano davvero. Ossessioni, domande, letture, tentativi di tenere la testa sopra l’acqua, di resistere alla noia «con pensieri e immagini»...
6-7 aprile 1977
Quando i pittori del Rinascimento scoprono la prospettiva e riescono a trasformare lo spazio piatto di un dipinto nell’illusione della tridimensionalità, la loro ingegnosità tecnica inaugura una nuova esperienza dell’anima, fondatrice della modernità. La geometria piana dell’immagine medievale consentiva soltanto il movimento verticale: l’ascesa e la caduta. L’immagine rinascimentale rende possibile la «fuga» in profondità. Si formula così un’insolita dinamica della libertà, con tutti i suoi miraggi e rischi. Puoi correre freneticamente in tutti e quattro i venti, ma puoi diventare, nella stessa misura, un paradigma del disorientamento. Scopri che cosa significa non avere limiti, ma anche che cosa significa non avere punti di riferimento. Con la prospettiva appare la possibilità della ricerca indefinita, della ricerca senza meta, dello smarrimento di sé. Puoi evadere verso orizzonti indeterminati, ma scopri al contempo che cosa significa essere braccato. Attraverso il suo modo di affondare nella realtà, il Rinascimento porta con sé il senso dello smarrimento: l’uomo scopre che cosa gli può accadere quando rimane solo con la sua libertà, di fronte a un orizzonte in cui il cielo e la terra si perdono l’uno nell’altra. Il mondo si prepara a vivere il caos latente della geometria.
21 aprile 1977, Bonn
Un programma televisivo traccia il ritratto di una donna qualunque, casalinga tradizionale, devota al marito e ai figli, ma un bel giorno sequestrata da una nevrosi inflessibile: rifiuta di mangiare. Non abbandona in alcun modo i suoi doveri quotidiani, ma digiuna. Arriva a 32 chilogrammi, vengono chiamati medici di ogni sorta, ma nessuno riesce a formulare una diagnosi. La «paziente» viene infine ricoverata in una clinica psichiatrica. Durante il ricovero scrive un libro dal titolo La fame di follia, che una casa editrice nota pubblica. La notorietà di cui gode improvvisamente la porta davanti alle telecamere per un’intervista. Tiene a parlare accompagnandosi al pianoforte. Dice una quantità di banalità, quando non deraglia in modo indecifrabile. A volte, tuttavia, si riprende in modo spettacolare. Si legge, per esempio, un passo del libro: «Il digiuno è il mio spirito, il mangiare è il mio corpo». Domanda: «Come avete deciso, in fondo, di astenervi dal cibo?». Risposta: «Volevo finalmente vedere chi sono». «Vi considerate – o vi siete considerata in ospedale – una persona malata?». «Non sono né malata né sana. Sono come sono. Come tutti». «Come vi sentivate nei confronti dei medici che vi curavano?». «Mi erano estranei. Volevano guarirmi da qualcosa che, in realtà, era sconosciuto a loro». È la definizione più radicale della medicina che io conosca.
1979
Pranzo di protocollo al Cremlino, ai tempi di Stalin (secondo Milovan Djilas): caviale nero, salmone affumicato, trote, cetrioli freschi, melanzane, prosciutto affumicato, arrosto freddo di maiale, pasticci caldi di carne, formaggi stagionati, borsch, carne alla griglia e, infine, torte alte trenta centimetri e frutti tropicali disposti in enormi vasi, il cui peso piegava i tavoli. Stalin beveva vino rosso mescolato con vodka.
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