Al di là dell’euforia per le vittorie delle forze di opposizione nei Paesi vicini - Ungheria e Serbia, rilevo tuttavia un aspetto importante per l’intera regione. Entrambi i Paesi hanno dimostrato di essere comunque regimi democratici funzionanti. La volontà del popolo ha prevalso e ha portato al rovesciamento dei leader e dei partiti considerati illiberali e autocratici, al potere per periodi molto lunghi. Regimi che, tra parentesi, forse non erano comunque completamente illiberali e autocratici al punto da annullare del tutto la volontà del popolo, cioè il fondamento della democrazia.
Ora resta la prova del tempo per coloro che hanno assunto o assumeranno il potere, e la speranza è che non ripetano il modello di Victor Orban, un leader e un movimento altrettanto euforici per il mondo democratico quando sono arrivati al potere negli anni ’90.
Quanto a noi, resta da vedere se questa corrente d’aria fresca, filo-europea, proveniente dai Paesi vicini, avrà o meno effetti anche in Romania, dove le tendenze antisistema e il voto di protesta sono, per il momento, catturati da forze piuttosto ostili al modello democratico europeo.
I prossimi due anni potrebbero cambiare o meno questo paradigma, soprattutto perché ora l’opposizione non è più monopolio di un solo partito.
Resto con la conclusione positiva: nonostante gli allarmi catastrofici sul crollo dei mondi democratici, sia l’Ungheria sia la Serbia hanno dimostrato, in tempi difficili di guerra e crisi perpetue, di essere democrazie vive e autentiche.
E con la prospettiva che in Romania il modello del PATRIOTA PRO-EUROPEO, legato ai valori democratici europei e alla costruzione comunitaria, ma profondamente leale agli interessi economici nazionali, proprio come accade nei grandi Stati europei, avrà la meglio nel lungo periodo.
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