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EDITORIALI & opinioni

Come scappiamo dalla "tirannia dell'ad-hoc"?

Daniel Apostol, editorialist, analist economic și expert în politici publice, fondator România Durabilă
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18 maggio 2026, 06:45
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Opinioni
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Stiamo attraversando una tempesta perfetta. La Romania si trova oggi in un momento di massima vulnerabilità, intrappolata in un "gelo" economico: da un lato, siamo colpiti da una crisi interna di proporzioni – un deragliamento fiscale e di bilancio cronico e un costo del finanziamento che ci trasforma nei campioni del rischio nella regione. Dall'altro lato, se cerchiamo in qualche modo una rete di sicurezza nell'ambiente esterno, è sempre più sicuro che non la troveremo lì. Il mondo che ci circonda è una fonte di instabilità, con economie europee di punta che ansimano e un contesto geopolitico frammentato che riscrive le regole del commercio globale.

E la grande problematica della Romania non è la mancanza di soldi, ma la qualità precaria della gestione dei fondi pubblici e dell'economia nazionale. Lo stato romeno è catturato in un confronto sterile tra i partiti di una coalizione oggi-e-domani-non-ci-sono. L'energia che dovrebbe essere dedicata alla gestione della crisi è consumata in negoziati per la sopravvivenza politica. Invece di politiche pubbliche coerenti, abbiamo una successione di misure "da pompieri", destinate a spegnere incendi momentanei, ma che alimentano, a lungo termine, l'inflazione e la sfiducia. Credo fermamente che, in questo punto di inflessione, la Romania non abbia bisogno di soluzioni spettacolari o di promesse messianiche lanciate dagli schermi televisivi. La soluzione è, paradossalmente, molto più semplice, ma molto più difficile da accettare per una classe politica abituata all'improvvisazione: abbiamo bisogno della terapia della normalità.

Dobbiamo liberarci dalla tirannia dell'improvvisato. Le politiche pubbliche non possono più essere il risultato di intuizioni momentanee o di interessi di gruppo. In qualsiasi stato che si rispetti, una decisione con impatto economico si basa su studi di impatto reali, trasparenti e, soprattutto, credibili. Senza questa solida base analitica, qualsiasi tentativo di riforma rimane una semplice vulnerabilità di fronte ai mercati e agli investitori. La mancanza di fondamento è, di fatto, la forma più costosa di incompetenza.

Poi, dobbiamo ridefinire fondamentalmente la relazione tra stato e ambiente imprenditoriale. È tempo che le "consultazioni" formali, dove gli imprenditori sono invitati solo per convalidare decisioni già prese, finiscano. Il dialogo deve passare alla fase di co-creazione. L'ambiente privato è quello che sopporta il peso della crisi e è anche quello che detiene le soluzioni pratiche. Se gli incontri tra decisori e investitori non producono modifiche concrete nell'atto normativo, allora sono solo esercizi di immagine che erodono la poca rilevanza rimasta al dialogo sociale.

Non da ultimo, guardando alla futura architettura del Governo, è imperativo introdurre una competizione reale tra i ministri. I ministeri non possono più essere feudi politici, ma devono diventare unità di performance. È tempo di parlare di indicatori di performance (KPI) chiari e misurabili: riduzione della burocrazia attraverso cifre certe, attrazione di investimenti esteri ad alta tecnologia e reale efficienza amministrativa.

E chi non raggiunge gli obiettivi, deve andarsene indipendentemente da quanto "difficile" sia il suo partito politico. Se non passiamo dal rumore politico alla rigore amministrativa, la crisi esterna ci troverà senza difesa, e quella interna ci divorerà le riserve future.

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