Due cose dette dal presidente Nicușor Dan sulla scuola nelle ultime settimane hanno attirato la mia attenzione. La prima, il 19 settembre, nel contesto successivo all’inizio dell’anno scolastico per l’istruzione preuniversitaria, durante un dibattito che non riguardava strettamente l’istruzione; non insisto sui dettagli. In breve, l’intervento del presidente riguardava le differenze tra aree rurali e urbane, soprattutto quelle relative alle opportunità nell’istruzione. Un intervento simile lo aveva fatto il 7 settembre, all’apertura dell’anno scolastico, partecipando all’evento presso una scuola in area rurale, nella contea di Călărași. Ha parlato dello status degli insegnanti, degli stipendi e dell’attrattiva della professione docente, della (dis)uguaglianza di opportunità tra i due contesti residenziali. Direte che sono cose che si dicono ogni volta che un alto funzionario appare all’apertura della scuola. Lo hanno fatto anche altri, insomma, finché non si sono logorati sul piano della fiducia, per così dire, e non hanno più avuto voglia di mostrare le loro facce oneste. Non dico che sia il caso dell’attuale presidente: egli ha una certa autenticità nei confronti dell’istruzione. Anche se, a pensarci bene, Iohannis è stato anche insegnante nell’istruzione preuniversitaria e ispettore scolastico. E anche altri due presidenti, tranne Băsescu, sono stati (anche) professori universitari, mi pare. Della Romania Educata non parlo nemmeno.
Non è un male che si dicano cose del genere. E quanto più il presidente è legittimato in questo discorso (più vicino all’istruzione, più autentico nei suoi confronti, più all’inizio del mandato), tanto meglio, in modo che le parole sottolineino l’attenzione dedicata al tema, invece di diventare un motivo di hatereală, come dicono gli scolari di oggi, nei confronti del dignitario.
Tutto sommato, per il momento le dichiarazioni del presidente sono state accolte bene e commentate piuttosto negli ambienti professionali vicini al settore. Naturalmente, ci sono stati anche i brontoloni, alcuni con brontolii legittimi. In questo senso vorrei aggiungere anch’io una sfumatura. Il discorso sul sottofinanziamento dell’istruzione rurale è legittimo, naturalmente, ed è antico. Ma non esaurisce il problema, anzi, in qualche modo non ne rappresenta nemmeno la parte maggiore. Si è investito molto nelle scuole di campagna, in alcune più che in altre, naturalmente. I comuni, per come sono, hanno fatto delle cose. Anche i programmi europei. L’infrastruttura educativa nelle aree rurali è molto migliore di quella di 10 anni fa, per non parlare di 20. Naturalmente, queste cose devono essere mantenute, sostituite a un certo punto, aggiornate. La modernizzazione è uno sforzo quotidiano. Il paradosso è che molte scuole rurali, abbastanza ben sistemate, sembrano quelle dei film sulle città fantasma. Non mi riferisco alla variazione annuale del numero degli alunni. Questa è demografia, e se un comune non ha maestri, professori, un medico, un’infermiera e un posto di polizia, non può funzionare né svilupparsi in futuro. Qui entrano in gioco i soldi, in realtà. Non solo nell’affidamento in subappalto dei lavori per le infrastrutture. Nell’assicurare che queste infrastrutture obbligatorie per una comunità siano occupate e, se possibile, che ogni anno non arrivi un’altra maestra. Queste persone che insegnano in campagna spesso provengono da altri comuni o dalle città vicine, con la propria automobile, con la propria benzina. Nell’istruzione preuniversitaria, arrivare in ritardo alle lezioni non è un’opzione. Il lavoro inizia di mattina, la pressione è alta, le strade sono come sono, soprattutto d’inverno.
Poi, molti di questi posti sono definiti come aventi una validità di breve durata. Questa cosa non è molto allettante per una giovane maestra/professoressa o per un giovane maestro/professore. Della lotteria dell’abilitazione all’insegnamento non parlo nemmeno. Il sistema è concepito molto male e non garantisce più nulla nemmeno a coloro che superano la soglia.
Riconoscere che c’è bisogno di soldi in un certo sistema della società, dall’alto di una carica politica, è positivo. Ma c’è anche il rovescio della medaglia: il rischio che si giunga alla conclusione che, non avendo di fatto denaro, non si possa risolvere nulla.
E c’è stata anche un’altra dichiarazione, più recente, collegata all’inizio dell’anno accademico. Riguardava la necessità della presenza del personale docente sui social network, perché è lì che si trovano alunni e studenti. Una semplice analisi dei contenuti mostra che la maggior parte dei commenti sui social finisce letteralmente in questioni completamente fuori tema, se non in commenti fuori luogo. Beh, ognuno con le proprie arrabbiature, legittime o meno, proiettate sugli agenti dello Stato. Ma qui si parla di esposizione pubblica e in gioco c’è più di una singola persona. Una cosa del genere non si risolve con parole, direttive ed entusiasmo. L’insegnante, il medico, il poliziotto, il funzionario non sono né politici né influencer. Ah… chi vuole esserlo e si muove nell’ambito di regolamenti chiari, lo sia pure. Forse ha anche talento. Ma senza regole chiare e senza un meccanismo di controllo e gestione dell’immagine di queste persone, per il momento è un’idea discutibile.
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