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ANALISI La decisione di Nicușor Dan che ha diviso il paese. Pro e contro della partecipazione della Romania al Consiglio di pace di Trump

Nicoleta Onofrei
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16 febbraio 2026, 10:14
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Esclusivo
Consiliul de pace al lui Donald Trump FOTO: Fabrice COFFRINI AFP Profimedia
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Nicușor Dan ha confermato che parteciperà in qualità di osservatore alla prima riunione del Consiglio/Board of Peace del presidente Donald Trump a Washington il 19 febbraio, insieme all'Italia e alla Commissione Europea e possibilmente a Cipro, provocando un'ondata di reazioni, nel contesto in cui sia le democrazie illiberali, sia i regimi ibridi/elettorali autoritari, con gravi problemi di stato di diritto, hanno annunciato di aver accettato l'invito di adesione.

Quali paesi europei partecipano al Consiglio e quanto sono democratici

Tra gli stati europei che hanno annunciato di unirsi o hanno espresso l'intenzione di unirsi all'iniziativa di Trump ci sono Ungheria, Albania, Kosovo, Bielorussia e Turchia (in senso allargato, come stato euro-asiatico, ma ancorato istituzionalmente al Consiglio d'Europa e nel processo di adesione bloccato all'UE). Questi sono, in buona parte, sia democrazie illiberali, sia regimi ibridi/elettorali autoritari, con gravi problemi di stato di diritto, libertà di stampa e equilibrio dei poteri – Ungheria e Turchia essendo già emblematiche nei rapporti delle istituzioni europee e delle organizzazioni di monitoraggio democratico.

In cambio, le grandi democrazie occidentali – Francia, Germania, Regno Unito, ma anche paesi nordici come Norvegia e Svezia – hanno esplicitamente rifiutato di unirsi, invocando il rischio che il nuovo foro possa minare l'ONU e relativizzare le norme del diritto internazionale. Questa frattura mostra che l'iniziativa è attraente soprattutto per stati che cercano sia un avvicinamento personalizzato a Washington di Trump, sia una piattaforma alternativa di negoziazione, al di fuori del quadro multilaterale classico dominato dall'UE e dall'ONU.

Israele, partecipazione al Consiglio e annessione di fatto della Cisgiordania occupata

Israele ha annunciato che si unirà al “Board of Peace”/Consiglio di pace di Trump, vedendo in questo meccanismo uno strumento per influenzare la futura architettura di sicurezza di Gaza e gli accordi politici post-bellici. Il primo ministro Benjamin Netanyahu, sebbene personalmente vincolato da un mandato di arresto emesso dalla Corte Penale Internazionale, ha accettato la partecipazione di Israele al consiglio, contando sulla relazione privilegiata con Trump e sul fatto che quest'ultimo mantiene il diritto di veto sulle decisioni del foro.

Parallelamente, la scena politica israeliana è attraversata da un movimento ben articolato che sostiene l'annessione formale dei territori palestinesi, in particolare delle colonie e di alcuni segmenti strategici della Cisgiordania, dopo anni di “annessione di fatto” attraverso l'espansione delle colonie e un regime di sicurezza differenziato. In questo contesto, la partecipazione di Israele al consiglio guidato da Trump rischia di essere percepita dai palestinesi e da una parte dell'opinione pubblica europea come un passo nella direzione del consolidamento di uno status quo di occupazione e frammentazione territoriale, non come una vera iniziativa di pace.

Paesi che partecipano come osservatori e il contesto della Romania

In questo momento, la Romania sta discutendo con Washington la partecipazione al primo summit del Board of Peace/Consiglio di pace in qualità di semplice osservatore, il presidente Nicușor Dan affermando esplicitamente che Bucarest non può accettare altro che questo status, proprio a causa delle “discrepanze” tra la Carta del Consiglio e gli impegni internazionali già assunti, principalmente nel quadro dell'ONU e dell'UE. Il modello proposto dalla Romania – e seguito anche da altri stati europei prudenti – è quello di una presenza “alla tavola”, ma senza impegni formali che contraddicano le posizioni comuni europee o i principi del diritto internazionale riguardanti Gaza e i territori palestinesi.

Lo spazio pubblico romeno ha reagito in modo frammentato: esperti in politica estera e sicurezza vicini al campo euro-atlantico hanno accolto con favore l'idea di un ruolo di osservatore, argomentando che la Romania non può permettersi di mancare in un formato in cui si discute il futuro del confine orientale dell'UE e l'architettura di sicurezza regionale, finché rimane fedele alle posizioni dell'UE e della NATO. Altri analisti hanno sollevato interrogativi sulla legittimità di un consiglio percepito come “parallelo” all'ONU, attirando l'attenzione sul fatto che Bucarest rischia di essere associata a un'iniziativa duramente criticata da stati chiave dell'UE, soprattutto se Washington spinge il consiglio verso decisioni che legittimano di fatto le annessioni israeliane o marginalizzano la rappresentanza palestinese.

Rischi per la Romania e il quadro geopolitico

Per la Romania, la partecipazione come osservatore al Consiglio di pace di Trump comporta tre tipi di rischi geopolitici: di allineamento, di immagine e di coesione europea. In termini di allineamento, Bucarest deve evitare di essere percepita come uscente dal consenso dell'UE sul dossier Gaza e sulla statualità palestinese, dove la posizione tradizionale è di sostegno alla soluzione dei due stati e di rifiuto delle annessioni unilaterali. In termini di immagine, un'associazione troppo stretta con un formato personalizzato, guidato direttamente da Trump e contestato da grandi capitali europee, può erodere la credibilità della Romania come sostenitore del multilateralismo classico nell'ONU e nell'OSCE.

Allo stesso tempo, esiste anche un argomento strategico: la Romania rimane uno stato di frontiera dell'UE, ancorato nel partenariato strategico con gli USA, in un momento in cui la guerra in Ucraina, l'instabilità del Mar Nero e la crisi in Medio Oriente sono profondamente interconnesse. Essere “in sala”, anche come osservatore, offre accesso a informazioni, a negoziati informali e a eventuali pacchetti di ricostruzione o di sicurezza regionale, a condizione che Bucarest segni chiaramente le linee rosse: nessun passo che contraddica il diritto internazionale, le posizioni comuni dell'UE e i suoi impegni all'ONU.

Il divario pubblico suscitato dalla decisione di Nicușor Dan di andare come osservatore al Consiglio di Pace

Attorno alla decisione di Nicușor Dan di andare al Consiglio per la Pace di Trump come osservatore si è già formato un divario visibile tra sostenitori e critici, sia tra i politici, sia tra gli esperti di politica estera.

Tra coloro che lo hanno lodato spicca il deputato PSD Mihai Fifor, ex ministro della Difesa, che ha descritto la partecipazione come “importante, corretta e necessaria per il posizionamento della Romania in un momento internazionale estremamente complicato”, argomentando che “la Romania deve essere presente dove si discute di pace, stabilità e architettura di sicurezza che influenzano direttamente il nostro futuro” e che “l'assenza ti esclude dal gioco, e la voce della Romania conta solo se è ascoltata dove si prendono le decisioni.” Questa linea è sostenuta da una parte degli esperti euro-atlantici, che sottolineano che, finché la Romania mantiene lo status di osservatore e invoca esplicitamente “il rispetto per il diritto internazionale e per le risoluzioni adottate all'ONU”, la partecipazione può essere inquadrata nella logica tradizionale della politica estera romena di stare vicino a Washington, senza distaccarsi dall'UE.

Remus Ștefureac sostiene che la partecipazione di Nicușor Dan al Consiglio per la Pace come osservatore è una decisione saggia e pragmatica, poiché offre alla Romania accesso diretto a informazioni e a negoziati senza obbligarla a impegni definitivi, mentre l'assenza significherebbe perdere influenza e visibilità in un momento di grande vulnerabilità regionale.

L'analista Gabriel Done sottolinea, in un commento su "Adevărul", che la decisione ha “potenziale strategico” se è accompagnata da un'offensiva diplomatica regionale, vedendo nella partecipazione un'opportunità per la Romania di collegare il dossier Gaza alla sicurezza del fianco est e a temi come l'Ucraina o la Transnistria.

D'altra parte, analisti e commentatori critici – inclusi quelli dell'opposizione pro-europea – avvertono che il capo dello stato rischia di legittimare, con la semplice presenza, un foro percepito come parallelo e concorrente all'ONU, alimentando la percezione che Bucarest si allinei troppo a un'iniziativa personalizzata di Trump, respinta da capitali chiave dell'UE, e mettendo così in discussione il messaggio ripetuto di Nicușor Dan riguardo alla “ferma difesa del diritto internazionale, della democrazia e dell'unità europea” nei dossier Ucraina e Gaza.

CTP qualifica la partecipazione, “anche come osservatore”, al “club privato di Trump” come una consacrazione della Romania “in posizione di stato di seconda classe, o velocità due, nell'UE”, sottolineando che ciò che conta è la presenza del presidente accanto a Ungheria, Bulgaria e Kosovo, non la sfumatura formale dello status. Attira anche l'attenzione sul fatto che nemmeno una ricezione ufficiale alla Casa Bianca è garantita, confrontando la Romania con la Polonia – che non va da Trump, ma “mantiene il rispetto dell'America e dell'Europa” – e infine ironizza sulla posta in gioco di Bucarest dicendo che spera solo che “questi metalli rari” della Romania interessino a qualcuno.

Tuttavia, tra i partiti in Romania, solo Mișcarea Sens ha criticato direttamente la decisione di Nicușor Dan, catalogandola come “grave errore politico e un gesto che vulnerabilizza la posizione della Romania a livello internazionale”.

Per SENS, “la partecipazione a questo “consiglio della pace” rappresenta una perversione degli sforzi autentici per costruire una pace duratura in Palestina e una deviazione dall'ordine internazionale basato sui principi di uguaglianza sovrana degli stati e dell'autodeterminazione dei popoli. La pace non si negozia attorno a iniziative personali e opache. La pace si costruisce attraverso il diritto internazionale, attraverso istituzioni legittime e attraverso solidarietà tra stati uguali”.

The Guardian osserva che la soluzione di Trump non è una correzione del deficit democratico, ma la sostituzione di una struttura imperfetta con una dominata da un solo leader e da un nucleo di regimi autoritari o illiberali, il che spiega perché le democrazie consolidate – dalla Germania e dalla Francia fino al Canada o all'Australia – preferiscano stare a distanza.

Secondo The Guardian, il Board of Peace diventa piuttosto un club geopolitico dei “paesi disposti a pagare per l'accesso al presidente americano” piuttosto che uno strumento legittimo di governance globale, e la decisione di alcuni stati europei di andare solo come osservatori (inclusa la Romania) riflette proprio questa tensione tra il desiderio di non mancare al nuovo centro di gravità e il rischio di legittimare un'architettura di sicurezza profondamente asimmetrica e opaca.

La relazione tra Meloni e Donald Trump vs Romania e USA

Sia la Romania che l'Italia hanno annunciato la loro presenza come osservatori alla riunione, ma la relazione della Romania con gli USA è una di partenariato strategico istituzionale, mentre la relazione dell'Italia sotto Meloni con gli USA è in più anche una relazione personale-politica, caratterizzata da affinità ideologiche con Trump. La relazione tra Giorgia Meloni e Donald Trump è una di vicinanza ideologica, ma anche di calcolo freddo, in cui il premier italiano cerca di utilizzare il legame personale con il presidente americano senza rompere gli ancoraggi europei. Meloni è descritta come un alleato su cui Trump “può contare”, i due condividono il messaggio nazionalista, il conservatorismo culturale, l'agenda anti-migrazione e la retorica contro il “woke-ismo”, il che ha fatto sì che il leader della Casa Bianca la trattasse pubblicamente come uno “spirito affine” e persino come un canale privilegiato verso l'Europa. Gli incontri a Washington e le recenti conversazioni telefoniche mostrano un rapporto personale cordiale – Trump l'ha elogiata come una leader che “ha preso d'assalto l'Europa” e ha accettato l'invito a venire a Roma – mentre Meloni ha cercato di svolgere il ruolo di interfaccia tra Washington e Bruxelles su dossier come le tariffe commerciali, l'Ucraina o Gaza, incluso quando ha negoziato a nome nazionale aggiustamenti alle tariffe americane sui beni europei. Proprio questa vicinanza spiega perché l'Italia sia stata intensamente corteggiata per il Board of Peace, ma anche perché la sua decisione di andare solo come osservatore, invocando limiti costituzionali e rispetto per gli equilibri dell'UE, è rilevante: mostra la tensione tra l'asse personale Meloni-Trump e la necessità di Roma di rimanere credibile come attore europeo, non solo come alleato preferito di un presidente americano profondamente controverso. Per la Romania, invece, l'asse con gli USA è definito da documenti e formati stabili: il Partenariato Strategico lanciato nel 1997, il dialogo strategico bilaterale, la cooperazione di difesa (Deveselu, le basi di Mihail Kogălniceanu e Câmpia Turzii, il rotazione delle truppe americane), oltre all'accento costante su NATO, fianco est e Mar Nero. Bucarest si presenta come “alleato stretto e partner strategico degli USA” nel quadro della NATO e dell'UE, ma il discorso ufficiale è tecnico, prevedibile, pro-multilaterale, con la posta principale sulla sicurezza, la deterrenza della Russia e progetti energetici e infrastrutturali.

Analisi realizzata con il supporto di NewsVibe e Perplexity

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