Ritrovo, stupito, un articolo scritto nel maggio 2004, su un tema dibattuto con fervore, da noi, da qualche mese: il tema della Giustizia. Abbiamo a che fare, quindi, con un'altra prova che, nel nostro paesino, l'"attualità" tende ad essere una "vecchia malattia", anche se il "contesto" sembra, a volte, cambiato. Rileggendo il testo qui sotto, ritroveremo, forse, nella nostra stanchezza "democratica", il bisogno e l'energia di una rinnovazione.
I giornali riportano una dichiarazione inquietante del signor Scheele, capo della Delegazione della Commissione Europea a Bucarest: uno studio preliminare realizzato dal Ministero della Giustizia mostra che l'81% dei magistrati romeni considera l'indipendenza del sistema giudiziario illusoria. La mia prima reazione è piuttosto positiva: innanzitutto, la decisione del ministero competente di realizzare uno studio su questo tema mi sembra intelligente e onesta. La seconda buona notizia sarebbe la trasparenza: il risultato dello studio è grave, ma è, comunque, reso pubblico. La terza buona notizia è che l'81% dei magistrati ha un'opinione critica sul sistema in cui lavorano. E se hanno un'opinione critica, si può dire che sono persone coraggiose e lucide. Ma dopo questo primo slancio di buonumore, ho dovuto constatare che la situazione tende verso un collasso logico. Da due l'una: se l'81% dei magistrati diagnostica correttamente la crisi, allora le cose non sono ancora drammatiche e tutta la questione si riduce al restante 19% che, proprio perché è asservito, proclama ipocritamente l'indipendenza. Se però anche gli 81% si sentono asserviti, allora non si capisce in cosa consista l'"indipendenza" delle loro sentenze. Ti chiedi, in altre parole, perché la chiara consapevolezza dell'asservimento non diventi spontaneamente la premessa di un'azione di liberazione. Un analista esterno al sistema può dire, a freddo, che la Giustizia va male. Ma è strano che la maggior parte di coloro che incarnano il sistema si lamentino del sistema che incarnano. Il sistema sono loro! Gli utenti di taxi possono dichiarare, ad esempio, che l'81% dei tassisti è ubriaco. Ma sarebbe ridicolo che i tassisti stessi denunciassero il fatto di essere, in proporzione dell'81%, ubriachi, come se l'ubriachezza fosse una fatalità, un microbo inoculato nella professione in modo misterioso, da forze estranee. Non puoi lamentarti di essere insonne, rifiutando nel contempo di andare a letto. Ebbene, esattamente così si presenta l'"autocritica" dei magistrati. Si comportano come se fossero al di fuori della propria comunità, capaci di analizzarla clinicamente, senza mezzi termini, ma, allo stesso tempo, incapaci di riformarla. Sotto la dittatura, i magistrati non potevano essere indipendenti, perché la dittatura non consente l'indipendenza di alcuna istituzione. Ma adesso? Adesso è colpa della legislazione – dicono alcuni. Una legislazione che non protegge l'indipendenza del magistrato. Non la protegge, ma nemmeno la vieta! Cosa impedisce al magistrato di oggi di comportarsi correttamente, in stretta obbedienza alle leggi, libero da qualsiasi ingerenza esterna? La risposta non può essere che malinconica: lo impedisce la sua mancanza di coraggio, la sua vulnerabilità alle pressioni politiche, il carrierismo, l'incoerenza morale, la mancanza di energia, la pallore della vocazione giuridica, in una parola, le proprie debolezze e dimissioni. Non è convincente nemmeno una lamentela sui "limiti oggettivi" dell'indipendenza. Formule del tipo: "Cosa possiamo fare?" o "Se abusiamo dell'indipendenza perdiamo il posto, lo stipendio, le possibilità di promozione" ecc. dimostrano proprio la mediocrità delle giustificazioni, il prezzo basso a cui si auto-valutano coloro che sono in causa. Maggiore verticalità, uno spirito di corpo più forte e intenso, il rifiuto sistematico di qualsiasi concessione sarebbero condizioni sufficienti per migliorare la situazione. Se gli 81% che prendono atto della loro penosa subordinazione nei confronti di una burocrazia politica illegittima decidessero di adottare, da domani, il comportamento di persone libere e responsabili, se, da domani, i professionisti del settore sfidassero l'ingerenza impura e la sfacciataggine dei potenti, la Giustizia autoctona riacquisterebbe la forza e il prestigio di una vera istituzione. In ogni caso, non potrà giocare all'infinito il ruolo della vittima innocente, della fanciulla offesa, che nessuno comprende, non la difende e non la ama.
Al di là di tutta l'amarezza circostanziale sono ottimista. Nelle poche circostanze in cui sono stato trascinato per tribunali, sono rimasto piacevolmente sorpreso di vedere quanto sia grande il numero di magistrati giovani. Ripongo in loro le ultime risorse di speranza. La gioventù non si adatta affatto all'obbedienza prudente né al calcolo meschino e interessato.
https://www.dilema.ro/situatiunea/aservirea-justitiei-o-fatalitate
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