Prima delle informazioni su un possibile nuovo attacco dopo il 3 novembre, Trump ha dichiarato pubblicamente che gli Stati Uniti non avrebbero ripreso le operazioni contro l’Iran prima delle elezioni di metà mandato, mantenendo al contempo il blocco dei porti iraniani. Parallelamente, il Pentagono ha chiesto al Comando Centrale (CENTCOM) di completare i piani per eventuali operazioni militari su larga scala contro l’Iran, senza stabilire una data d’inizio.
D’altra parte, l’Iran ha dichiarato di prepararsi alla ripresa del conflitto con gli Stati Uniti e ha indicato di disporre di nuove armi e obiettivi ancora non attaccati, citando anche cavi sottomarini per internet, centri dati, infrastrutture petrolifere e del gas, nonché esercitazioni militari e il lancio di 30 missili balistici. Sono stati inoltre menzionati scenari quali attacchi preventivi, sciami di droni coordinati, missili da crociera potenziati e il disturbo dei satelliti.
Sullo sfondo di questa situazione di stallo, sono emersi anche dettagli sulle opzioni prese in considerazione a Washington: secondo alcune informazioni citate dalla CNN, l’esercito avrebbe elaborato piani che includono l’uso della bomba GBU-43/B («la madre di tutte le bombe») contro obiettivi energetici e nucleari. Allo stesso tempo, è stato riferito che gli Stati Uniti avrebbero fatto pressioni su Israele affinché intraprendesse un’azione unilaterale prima delle elezioni americane, informazione successivamente smentita da funzionari americani e israeliani.