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Analisi di Foreign Affairs: perché gli Stati Uniti sono rimasti senza "buone" opzioni in Iran

Călin Nicolescu
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23 marzo 2026, 16:27
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Internazionale
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La guerra americano-israeliana con l'Iran è entrata in una fase in cui gli obiettivi dichiarati di Washington – la sicurezza energetica e il deterioramento duraturo del regime di Teheran – sono difficili da raggiungere, mentre i costi politici, militari ed economici aumentano rapidamente. In questa configurazione, l'Iran, sebbene militarmente più debole, ha il vantaggio di una strategia difensiva: gli basta sopravvivere, infliggere danni periodici e mantenere la pressione sui mercati energetici per dimostrare il fallimento delle ambizioni americane.

Tre settimane dopo l'inizio del conflitto, la campagna aerea e navale non è riuscita né a rovesciare il regime, né a neutralizzare a lungo termine le sue capacità militari e di coercizione regionale. L'assassinio dell'ayatollah Ali Khamenei non ha provocato il collasso del sistema, ma una successione forzata a favore di suo figlio, Mojtaba, un leader ancora più duro, vicino ai Guardiani della Rivoluzione, il che rafforza il ramo intransigente del regime. Mentre gli Stati Uniti perseguono obiettivi vasti – flusso libero di energia, protezione delle infrastrutture nel Golfo, stabilità regionale – all'Iran basta colpire di tanto in tanto petroliere o impianti energetici per creare shock sproporzionati sui mercati globali.

Foreign Affairs esamina a turno le principali opzioni di escalation sul tavolo dell'amministrazione Trump e spiega perché tutte sono sbagliate. Un'incursione speciale per catturare le scorte di uranio arricchito di Isfahan esporrebbe le forze americane all'interno di uno dei luoghi iraniani più ben difesi, senza garanzia di successo. La conquista dell'Isola di Kharg, attraverso la quale passa la maggior parte delle esportazioni di petrolio dell'Iran, richiederebbe un'operazione terrestre rischiosa e potrebbe distruggere l'infrastruttura petrolifera, amplificando esattamente la crisi energetica che Washington vuole evitare. Attacchi massicci alla rete elettrica iraniana colpirebbero i civili, solleverebbero problemi legali e probabilmente provocherebbero ritorsioni contro l'infrastruttura energetica degli stati del Golfo.

Né lo scenario di supporto ai ribelli interni né quello della frammentazione dello stato iraniano offrono un'uscita responsabile: un Iran smembrato somiglierebbe più alla Siria o alla Libia, diventando un focolaio di instabilità e terrorismo, con molteplici interventi regionali, lontano dagli interessi di sicurezza degli Stati Uniti. In queste condizioni, l'autore plede per un'"uscita limitata": Washington dovrebbe dichiarare il raggiungimento di obiettivi militari ristretti, fermare l'escalation, temperare il suo alleato israeliano e utilizzare la pressione delle grandi potenze dipendenti dalla stabilità energetica per costringere l'Iran a de-escalare. Non sarebbe una vittoria chiara, ma limiterebbe i danni e eviterebbe la ripetizione del modello Vietnam–Iraq–Afghanistan, in cui la paura del fallimento spinge gli Stati Uniti in una palude strategica da cui è sempre più difficile uscire.

Fonti

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Foreign Affairs
America Has No Good Options in Iran

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