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La diplomazia ungherese attraversa una delle crisi di credibilità più gravi dalla adesione del paese all'Unione Europea e alla NATO. Da un lato, recenti indagini sostengono che il ministro degli Esteri Péter Szijjártó avrebbe trasmesso per anni a Mosca informazioni riservate dai vertici delle diplomazie UE; dall'altro, lo stesso governo accusa di "spionaggio" il giornalista d'inchiesta Szabolcs Panyi, diventato simbolo dello scandalo Pegasus dopo che il suo telefono è stato infettato da spyware militare.
La combinazione di queste due storie – le presunte fughe di notizie verso la Russia e l'abuso degli strumenti di sorveglianza contro i giornalisti – solleva una domanda essenziale per i partner occidentali: quanto possono ancora fidarsi dell'Ungheria come alleato di sicurezza. Mentre le istituzioni europee chiedono spiegazioni urgenti a Budapest, e alcune capitali iniziano a limitare l'accesso dell'Ungheria a informazioni classificate, il caso Szijjártó–Panyi diventa un test della capacità dell'UE e della NATO di proteggere i propri processi decisionali di fronte a un membro percepito sempre più come un anello debole della catena.
Vecchie sospetti, nuove prove: cosa viene rimproverato a Péter Szijjártó
L'indagine che ha scatenato l'attuale ondata di reazioni parte da rivelazioni pubblicate dal Washington Post e riprese dalla stampa europea, secondo le quali Péter Szijjártó avrebbe informato regolarmente la parte russa riguardo alle discussioni interne dei ministri degli Esteri dell'UE. Fonti di sicurezza citate sotto protezione dell'anonimato sostengono che il ministro ungherese contattava il suo omologo russo Serghei Lavrov durante le pause delle riunioni a Bruxelles, fornendo "rapporti diretti" sulle posizioni degli Stati membri e sulle trattative riguardanti le sanzioni e l'aiuto per l'Ucraina.
Un funzionario europeo, citato da Euronews, ha descritto la situazione come "profondamente preoccupante", ricordando che le discussioni all'interno del Consiglio sono per definizione riservate, e che gli Stati sono vincolati dal principio della "cooperazione leale". Le indagini mostrano che i sospetti riguardo a fughe di notizie da Budapest circolavano da tempo tra alcune capitali occidentali, il che ha già portato a determinati aggiustamenti nel modo in cui vengono gestite le informazioni sensibili.
La reazione ufficiale di Budapest è stata difensiva. Szijjártó ha qualificato gli articoli come "fake news" e "teorie del complotto", sostenendo che sono motivate politicamente e mirano a influenzare le elezioni in Ungheria. Il ministro per gli Affari Europei, János Bóka, ha suggerito che è "perfettamente normale" per un capo della diplomazia discutere con i suoi omologhi, incluso Lavrov, chiedendosi retoricamente perché altri ministri non dovrebbero fare lo stesso. Nel contempo, Szijjártó ha riconosciuto in un intervento video di parlare "regolarmente" con Lavrov "prima e dopo" le riunioni europee, ma ha insistito sul fatto che non ha divulgato informazioni sensibili e che è vittima di una campagna mediatica orchestrata. L'ambiguità rimane però a livello del contenuto di queste conversazioni – dettaglio essenziale per la valutazione del rischio di sicurezza.
Beni di valore dalla Russia con gli aerei del governo Orban
Ora il giornalista d'inchiesta Szabolcs Panyi ha pubblicato nuove informazioni sulle relazioni del governo di Viktor Orban con la Russia, sostenendo che gli aerei ufficiali del paese avrebbero effettuato trasporti sospetti dalla Russia già da qualche anno. Secondo le indagini del giornalista, le informazioni su questi voli hanno iniziato a circolare all'interno dei servizi di sicurezza nazionale di diversi Stati membri dell'UE e della NATO già dal 2016-2017. Egli precisa di aver ottenuto conferme da funzionari di almeno sei paesi, che avrebbero indicato che gli aerei ungheresi sono tornati dalla Russia con beni di valore.
Il caso Pegasus: quando il telefono di un giornalista diventa un'arma
Nel 2021, lo scandalo Pegasus ha rivelato che l'Ungheria è tra i pochi Stati dell'UE che hanno utilizzato spyware militare contro giornalisti, avvocati e oppositori politici. Un'indagine coordinata da Direkt36, in collaborazione con il consorzio internazionale Pegasus Project, ha mostrato che il telefono di Szabolcs Panyi è stato infettato ripetutamente, soprattutto nei periodi in cui documentava argomenti sensibili legati all'influenza russa e ai contratti controversi del governo.
Le analisi condotte da Amnesty International e partner tecnici hanno confermato tracce di Pegasus sul dispositivo di Panyi, mentre egli lavorava su materiali riguardanti la Banca Internazionale per gli Investimenti, i legami di Budapest con Mosca e la relazione con l'amministrazione americana. Pegasus consente accesso totale al contenuto di uno smartphone – messaggi, e-mail, contatti, posizione – e può trasformare il telefono in un microfono ambientale, catturando conversazioni nelle vicinanze senza che l'utente ne sia consapevole.
Il governo ungherese ha inizialmente evitato di rispondere nel merito, invocando "segreti di Stato". Successivamente, un funzionario di Fidesz e il ministro dell'Interno hanno ammesso che lo Stato ha acquistato e utilizzato Pegasus, insistendo però che tutto si è svolto "nei limiti della legge" e che i contenuti avrebbero rappresentato "rischi per la sicurezza nazionale". I giornalisti coinvolti, incluso Panyi, hanno citato in giudizio lo Stato, e organizzazioni come CPJ, International Press Institute e Media Freedom Rapid Response hanno avvertito che l'uso di uno strumento creato per combattere il terrorismo contro le redazioni può avere un effetto di "intimidazione" sul giornalismo d'inchiesta.
Da vittima di Pegasus a "spia": il ponte tra il 2021 e il 2026
Nel 2021, Panyi era presentato pubblicamente come una vittima di un abuso di potere: un giornalista d'inchiesta sorvegliato dal proprio Stato con l'aiuto di Pegasus, mentre indagava proprio sui legami di Budapest con Mosca. Le organizzazioni per la libertà di stampa avvertivano già allora che, se un governo tratta un reporter come un "avversario" legittimo per spyware militare, il passo successivo potrebbe essere la criminalizzazione diretta del suo lavoro.
Ora, nel 2026, questa linea rossa è superata: Panyi non è più solo vittima della sorveglianza, ma anche vittima di un caso di "spionaggio in cooperazione con uno Stato straniero", costruito attorno a una registrazione segreta, montata, in cui egli verifica un numero di telefono attribuito a Péter Szijjártó. Il giornalista respinge categoricamente le accuse, affermando di non aver mai fatto spionaggio e descrivendo il caso come "senza precedenti in uno Stato dell'UE" e vicino ai "manuali sovietici".
L'International Press Institute "condanna fermamente" queste accuse, le definisce "un'escalation allarmante della pressione sulla stampa prima delle elezioni" e ricorda esplicitamente che Panyi è già stato vittima di Pegasus nel 2019, vedendo nell'attuale caso una continuazione della stessa logica di intimidazione. Piattaforme come Media Freedom Rapid Response e altre reti regionali avvertono che, se un caso di questo tipo rimane impunito, i giornalisti d'inchiesta di tutta la regione saranno tentati di evitare argomenti che toccano la sfera della sicurezza e i legami con la Russia, per paura di essere accusati di collaborazione con servizi stranieri.
Il caso di spionaggio contro Panyi: le argomentazioni di Budapest e le reazioni della stampa
Le autorità ungheresi sostengono che Szabolcs Panyi "ha spionato contro il proprio paese in cooperazione con uno Stato straniero", presentandolo come esempio di una presunta "rete di agenti" che opererebbero sotto le spoglie del giornalismo. In un briefing, il capo di gabinetto di Orbán, Gergely Gulyás, ha dichiarato che il giornalista ha utilizzato "il pretesto del lavoro di stampa" per fornire informazioni a una potenza straniera, suggerendo che questa sarebbe l'Ucraina.
Il punto centrale delle accuse è una registrazione audio, realizzata senza il consenso di Panyi e diffusa da media vicini al governo, in cui egli discute con una fonte riguardo alla verifica di un numero di telefono associato a Szijjártó, nel contesto di un'indagine riguardante le conversazioni del ministro con Lavrov a margine delle riunioni dell'UE. Il governo sostiene che, attraverso tali discussioni, il giornalista avrebbe superato i limiti della professione ed entrato nella sfera dello spionaggio, ma non presenta pubblicamente prove riguardo al reale trasferimento di informazioni a un servizio straniero.
Panyi e le redazioni con cui collabora respingono questa interpretazione. In una dichiarazione ampiamente citata, egli afferma che "l'accusa di spionaggio contro i giornalisti d'inchiesta è completamente senza precedenti nel XXI secolo in un paese europeo" e che ciò che fa il governo "è tipico della Russia di Putin o della Bielorussia". La piattaforma VSquare ha definito il caso "una tattica autoritaria destinata a screditare le indagini sui legami con la Russia" e ha sottolineato che l'intero caso parte da una conversazione montata selettivamente.
L'International Press Institute chiede alle autorità ungheresi di ritirare le accuse, di cessare la "criminalizzazione" della stampa e di garantire che nessun giornalista sarà perseguito penalmente per il proprio lavoro legittimo. Altre reti, come Media Freedom Rapid Response, parlano di un "effetto intimidatorio" destinato a silenziare qualsiasi indagine che tocchi la sfera della sicurezza, dei servizi di intelligence o dei legami esteri del governo.
Intercettazioni, fughe di notizie e crepe nella fiducia europea
Al di là della disputa legale, la posta principale si sposta a livello di fiducia tra alleati. La sicurezza delle decisioni dell'UE e della NATO si basa sull'assunto che tutti gli Stati membri rispettino la riservatezza delle deliberazioni e proteggano i propri canali di comunicazione. Nel caso dell'Ungheria, si sovrappongono due livelli di vulnerabilità: possibili fughe volontarie di Szijjártó verso Mosca e abuso delle tecnologie di sorveglianza contro i giornalisti e altri soggetti interni.
I rapporti su come vengono autorizzate le intercettazioni in Ungheria mostrano che i servizi possono monitorare un gran numero di persone con un controllo esterno limitato, principalmente a livello del Ministero della Giustizia, senza l'intervento di un tribunale indipendente. In pratica, ciò significa che un telefono presente nelle vicinanze di alcune riunioni o funzionari dell'UE – sia di un giornalista che di un diplomatico – può diventare una porta tecnica per la cattura di informazioni sensibili.
Su questo sfondo, le accuse secondo cui Szijjártó avrebbe compromesso deliberazioni interne con Lavrov sono percepite come un passaggio da vulnerabilità tecnica a fughe politiche deliberate. La Commissione Europea ha sottolineato esplicitamente che tali pratiche sono "profondamente preoccupanti" e contravvengono al principio di fiducia reciproca su cui si basa il funzionamento dell'Unione.
Come reagiscono l'UE e la NATO
La Commissione Europea ha ufficialmente chiesto a Budapest di chiarire i "rapporti molto preoccupanti" riguardo a possibili fughe di informazioni verso la Russia, insistendo sull'importanza della "cooperazione leale" tra gli Stati membri. I portavoce hanno ricordato che "la relazione di fiducia tra gli Stati membri e le istituzioni dell'UE è fondamentale", suggerendo che la mancanza di spiegazioni convincenti potrebbe avere conseguenze politiche e istituzionali.
Riferimenti da emittenti come France 24 e Euronews indicano che alcuni flussi di informazioni classificate sono già stati limitati nei rapporti con l'Ungheria, come misura di precauzione dopo l'emergere delle rivelazioni. Esperti in sicurezza citati da questi canali parlano di una "compartimentazione" sempre più accentuata: documenti distribuiti in forma più generale, briefing tecnici tenuti in formati ristretti, discussioni sensibili organizzate in cerchie più piccole di "alleati fidati".
In NATO, le discussioni sono meno visibili pubblicamente, ma la logica è simile. Se uno Stato membro è percepito come possibile vettore di fughe verso Mosca, gli alleati possono decidere, formalmente o informalmente, di limitare la sua partecipazione a determinate discussioni riguardanti la pianificazione militare, le operazioni cibernetiche o le valutazioni di intelligence. Un'evoluzione di questo tipo trasformerebbe l'Ungheria in un membro de facto con accesso ridotto al nucleo informativo dell'Alleanza, anche se lo status formale rimane invariato.
Perché ora: elezioni, Ucraina e pressione da Mosca
Il momento in cui si sovrappongono questi scandali non è casuale. L'Ungheria entra in una campagna elettorale in cui Viktor Orbán affronta una seria sfida da parte di un'opposizione consolidata, e il tema della relazione con la Russia è centrale nel dibattito pubblico. Nel contempo, a Bruxelles si discutono nuovi pacchetti di sostegno per l'Ucraina, a volte bloccati o ritardati da Budapest, il che amplifica la percezione che Orbán utilizzi la posizione di membro dell'UE come leva di negoziazione con entrambe le parti – Bruxelles e Mosca.
Analisti citati da Euronews, France 24 e altri canali interpretano le rivelazioni su Szijjártó e la dura reazione della Commissione come parte di una strategia più ampia per limitare l'influenza della Russia all'interno dell'Unione e per inviare un chiaro segnale che le fughe deliberate non saranno tollerate. Sul piano interno, il caso di spionaggio contro Panyi può essere letto anche come un tentativo del governo di cambiare narrazione: da "Ungheria vulnerabile all'influenza russa" a "Ungheria vittima di spionaggio straniero e di stampa ostile".
Scenari per la sicurezza dell'UE e della stampa
Il fatto che Bruxelles abbia iniziato a limitare l'accesso dell'Ungheria a informazioni classificate e a spostare discussioni sensibili in formati ristretti dimostra quanto sia serio il rischio che dettagli strategici riguardanti l'Ucraina, sanzioni o pianificazione militare possano arrivare a Mosca.
Così, sul piano europeo, un primo scenario è il consolidamento della tendenza a trattare l'Ungheria come un membro con accesso limitato a informazioni sensibili, con discussioni chiave condotte in formati alternativi. Questo potrebbe proteggere le deliberazioni riguardanti le sanzioni, il supporto militare per l'Ucraina e la cooperazione di intelligence, ma rischia di approfondire le divisioni all'interno dell'UE e di alimentare la retorica anti-Bruxelles a Budapest.
Un secondo scenario riguarda l'accelerazione della regolamentazione europea in materia di spyware e sorveglianza. I rapporti del Parlamento Europeo riguardo a Pegasus chiedono già garanzie ferme contro l'uso di tali strumenti contro giornalisti e oppositori, un controllo giuridico reale e meccanismi di audit per i servizi nazionali. Il caso dell'Ungheria potrebbe diventare l'esempio concreto utilizzato per argomentare l'adozione rapida di queste misure.
Nel piano della libertà di stampa, il caso Panyi trasmette un messaggio freddo all'ecosistema mediatico della regione: le indagini all'incrocio tra sicurezza, servizi e Russia possono avere costi personali severi. Per l'UE e la NATO, la dilemma è quindi duplice: come gestire un membro sospettato di fughe verso Mosca e, simultaneamente, come reagire quando lo stesso membro tratta il giornalismo d'inchiesta non come una risorsa democratica, ma come una minaccia alla sicurezza.
*****Sintesi realizzata con l'aiuto di un flusso di monitoraggio di dati fornito dalla piattaforma di monitoraggio media NewsVibe Romania. L'analisi, i dati e le immagini presentate sono state migliorate con l'aiuto di strumenti di Machine Learning e Intelligenza Artificiale.
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