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„Fjord” è stato accolto a Cannes come uno dei titoli evento della competizione, con una combinazione rara di ovazioni entusiastiche in sala e un fronte critico chiaramente diviso, tra elogi al limite di "Palme d’Or worthy" e il verdetto di "film anticlimatico, sotto aspettative".
Sinossi „Fjord”
„Fjord” segue la famiglia Gheorghiu – Mihai, un ingegnere romeno, e Lisbet, sua moglie norvegese, cristiani conservatori che si trasferiscono con i loro cinque figli in un pittoresco villaggio su un fiordo norvegese, il villaggio natale di Lisbet. Cercano di integrarsi: Mihai lavora nell’IT in una scuola internazionale, Lisbet è assistente in una casa di riposo, e i bambini fanno amicizia con la famiglia vicina, Halberg, il cui padre, Mats, è il direttore della scuola.
La tensione esplode quando una delle figlie appare a scuola con lividi, e i servizi di protezione dell'infanzia intervengono e portano via tutti i bambini in affidamento, scatenando un'inchiesta e un processo in cui viene messa sotto esame sia la violenza fisica (schiaffi "occasionale", secondo lo standard romeno), sia lo stile di vita della famiglia – il divieto di telefoni, di musica secolare e la visione dell'omosessualità come "peccato mortale". Il film diventa un procedurale teso: i genitori cercano di riottenere i bambini di fronte a un apparato amministrativo norvegese che si presenta come protettivo e progressista. Critici come quelli della BBC o IonCinema descrivono il percorso della famiglia Gheorghiu attraverso il sistema norvegese di protezione dell'infanzia come un labirinto burocratico quasi kafkiano, mentre Mungiu parla di “pressione della correttezza politica”, sul fatto che i sistemi istituzionali possono essere "abusi" o che "gli standard si assolutizzano".
Il tono generale della ricezione critica
Nel complesso, „Fjord” ha finora ricevuto una ricezione critica globale positiva, con accenti polemici. Rotten Tomatoes indica un punteggio critico di circa 90-92% (oltre 20 recensioni), mentre Metacritic lo colloca nella zona “generalmente favorevole” (circa 79/100). Allo stesso tempo, la griglia di Screen International e gli echi dal festival mostrano una netta polarizzazione: critici che gli danno il punteggio massimo e lo considerano un serio candidato al Palme d’Or, insieme ad altri che lo trovano “anticlimatico” e “sotto le capacità di Mungiu”.
BBC Culture, tramite Nicholas Barber, lo descrive come uno dei film più dibattuti dell'edizione, con recensioni che vanno da una stella a quattro stelle nella griglia di Screen – “un film che non è necessariamente degno di Palme d’Or, ma che provoca discussioni e cambiamenti di simpatia nel corso”.
The Guardian, tramite Peter Bradshaw, parla di “un film anticlimatico, sottalimentato”, che “non raggiunge più la complessità e le rivelazioni” a cui Mungiu ha abituato il pubblico e rimprovera il finale “inerte, senza suspense”.
In zona opposta, The Film Stage parla di “una trionfale, opulenta messa in scena” e di un finale che “ti fa alzare dalla sedia”, definendo il film “opprimente” e collocandolo chiaramente nella lista dei favoriti della competizione. I dati raccolti dalla piattaforma di monitoraggio media NewsVibe Romania e Rotten Tomatoes convergono per ora: punteggio critico elevato, con distribuzione delle note che mostra piuttosto una critica scissa tra entusiasmo e riserve serie, piuttosto che un consenso caldo di “film buono-mediocre”.
Cosa rimproverano e cosa lodano i critici
Temi e prospettiva ideologica
BBC nota che „Fjord” è insolito per il cinema di festival in quanto guarda con scetticismo ai personaggi liberali ed è empatico con una coppia cristiana conservatrice, il che contribuisce direttamente alla polarizzazione delle reazioni. Barber sottolinea che Mungiu “favorisce visibilmente la famiglia Gheorghiu” e che il sistema di protezione dell'infanzia norvegiano è presentato come “un purgatorio burocratico lento e privo di empatia”, guidato da avvocati “insopportabilmente condiscendenti”.
Alison Willmore, su Vulture, parla di un “foto negativo” della filmografia precedente di Mungiu: questa volta, non uno stato autoritario dell'est, ma uno stato nordico progressista diventa “la forza istituzionale schiacciante” che impone le norme su una famiglia culturalmente minoritaria. Nota che il film è sempre sul filo: è chiaro che Gheorghiu ama i bambini, ma la loro rigida fede e la posizione anti-LGBT li rendono simultaneamente protagonisti vulnerabili e portatori di un conservatorismo potenzialmente oppressivo.
IonCinema vede nel film una satira degli estremismi reciproci: un sistema progressista così rigido da arrivare a somigliare a forme di totalitarismo, ma anche un cristianesimo conservatore che “tende a occupare lo spazio degli altri anche quando le intenzioni sembrano benigne”. Il critico Nicholas Bell sottolinea che “la strada per l'inferno è lastricata di buone intenzioni” e che Mungiu esplora come il liberalismo possa adottare “la stessa rigidità del fascismo” quando viene applicato in modo dogmatico.
In termini critici, The Guardian considera però che il film solleva interrogativi (se gli abusi superano il “palmuito occasionale”, se i pregiudizi anti-cristiani o anti-romeni siano rilevanti), ma non offre risposte drammatiche soddisfacenti. Bradshaw rimprovera che il processo e il finale lasciano “in sospeso” la questione dei fatti concreti, senza che questa ambiguità venga capitalizzata in qualcosa di veramente disturbante.
Struttura narrativa e tono
Molte recensioni notano che il film scivola verso il procedurale giuridico nella seconda parte, con sequenze estese di tribunale e interazioni con i servizi di protezione dell'infanzia. Per IonCinema, questa evoluzione accentua la dimensione satirica, con un funzionario CPS (Gunda) che diventa emblematica per “il potere delirante di un apparato sociale incontrollato”.
Invece, il Guardian vede nella lunghezza e nel modo di chiusura del film un punto debole: “finale inerte, senza suspense”, con una scena al terminal del traghetto che rivela troppo tardi una dimensione inesplorata della relazione tra l'adolescente Elia e Noora.
The Film Stage e altre recensioni inclinano verso il senso opposto: la costruzione meticolosa della burocrazia e l'escalation lenta renderebbero il finale (in particolare la risoluzione del caso in tribunale) avere la forza di un “climax di tribunale” intenso. BBC nota, a sua volta, che, nonostante “le lacune di logica e i personaggi-scheletro”, il film ti tiene “disperatamente a voler sapere come si risolverà il processo civile”.
Come sono visti i ruoli di Sebastian Stan e Renate Reinsve nelle critiche internazionali
BBC, Vulture e IonCinema convergono sull'idea che Sebastian Stan offre una delle sue interpretazioni più ambiziose e sorprendenti fino ad ora. Barber lo definisce “uno degli attori più interessanti e versatili del momento”, notando il contrasto tra la sua immagine Marvel e questo Mihai “barbuto, calvo, con occhiali, completamente lontano dal Winter Soldier”. Vulture sottolinea che Stan recita “una buona parte del ruolo in romeno” e che Mihai è costruito deliberatamente come un personaggio che “mette costantemente alla prova la simpatia dello spettatore” – un protagonista conservatore, con poco umorismo, che, tuttavia, diventa vittima di un sistema.
IonCinema è un po' più riservato sul casting, suggerendo che il potere delle star di Stan e la trasformazione fisica (calvizie ostentata) possano talvolta distrarre dall'intenzione di realismo del film, ma riconosce che il ruolo è costruito come un “capofamiglia obsequioso, auto-diritto, parzialmente vittima della propria cecità”. Tuttavia, la maggior parte delle recensioni considera l'interpretazione solida e credibile, soprattutto nelle sequenze di tribunale e negli scontri con le autorità.
Renate Reinsve è frequentemente lodata per una presenza più contenuta, ma emotivamente molto forte. IonCinema afferma che Reinsve “sostiene stoicamente la brutalità della separazione dal suo bambino” suggerendo che il film trova in Lisbet un polo di empatia e vulnerabilità più chiaro rispetto a Mihai. BBC osserva la natura “tacita, riservata” della coppia, ma nota che Mungiu favorisce Gheorghiu nella rappresentazione, facendoli vittima sia della xenofobia, sia della sospettosità nei confronti del cristianesimo conservatore.
Vulture insiste sulla dinamica di coppia: Mihai e Lisbet sono presentati come una famiglia che, sebbene rigorosa e dogmatica, ama i bambini e cerca di “seguire le regole” in un ambiente culturale ostile a loro. Questa sfumatura conferisce a entrambi gli attori spazio per un'interpretazione che evita la diabolizzazione o la canonizzazione – aspetto positivamente notato nella maggior parte dei testi.
Cosa hanno detto Sebastian Stan e Reinsve sui ruoli
In dichiarazioni stampa da Cannes, Sebastian Stan ha parlato esplicitamente del ruolo in „Fjord” come di una riconnessione con le sue origini romene. Reuters (citato da HotNews) nota che l'attore ha detto che il film gli ha offerto “l'occasione di riconnettersi con le radici romene”, dopo essere partito dal paese “in modo caotico” e aver sentito il bisogno di “educarsi” riguardo alla Romania. Descrive il personaggio di Mihai come un tecnico IT romeno che trasferisce la sua famiglia in un villaggio norvegese natale per sua moglie, in un dramma incentrato su “un conflitto di valori” che diventa estremo quando intervengono i servizi di protezione dell'infanzia.
Dal punto di vista di Stan, il film è un'esplorazione di come le differenze culturali nella disciplina parentale e nella fede si trasformano in una “confronto più ampio tra valori conservatori e progressisti”, il che corrisponde anche alla lettura critica del film.
Di dichiarazioni di Renate Reinsve ci sono meno citazioni dirette nelle fonti consultate, ma i suoi profili precedenti (incluso in BBC, legati a „Sentimental Value”) e il fatto che abbia lavorato in precedenza con Stan in „A Different Man” sono invocati per sottolineare coerentemente il suo percorso professionale: continua a scegliere ruoli in film d'autore che esplorano forti tensioni sociali e psicologiche.
Mungiu come autore “a Cannes” e il contesto del Palme d’Or
Cristian Mungiu è già un nome canonico a Cannes: ha vinto il Palme d’Or nel 2007 con „4 mesi, 3 settimane e 2 giorni” e è tornato successivamente in competizione con „Dopo le colline” (premi per la sceneggiatura e interpretazione femminile) e „Bacalaureat”, consolidando l'immagine di un autore che radiografa i sistemi sociali e morali romeni. BBC apre l'analisi di „Fjord” ricordando esplicitamente che Mungiu “è uno sceneggiatore regista romeno che ha vinto il Palme d’Or nel 2007”, sottolineando così che il nuovo film arriva con aspettative elevate.
In un'intervista a ProTV, Mungiu dice che voleva che il pubblico uscisse dalla sala “ponendo domande”, non cercando conferme delle proprie convinzioni e critica ciò che chiama la pressione “della correttezza politica” sull'arte. Rifiuta l'idea che il film possa essere “propaganda reazionaria”, sostenendo che il suo interesse è quello di provocare discussioni reali sugli standard doppi delle società che si considerano progressiste.
Le possibilità di un secondo Palme d’Or e la posizione nella competizione
Dal punto di vista della “corsa” per il Palme d’Or 2026, „Fjord” è percepito come uno dei titoli forti della competizione, ma non necessariamente il chiaro favorito. Alcuni elementi rilevanti:
Vulture nota che il film ha ricevuto un'ovazione di 10 minuti alla premiere di Cannes, la più lunga standing ovation dell'edizione, fatto notato anche da Euronews Romania e altri media, che lo descrivono come “favorito per il grande premio”.
Deadline (citato da BBC) lo definisce “Palme d’Or worthy… un film feroce, intelligente e coinvolgente”, un segnale forte che una parte della critica anglosassone lo vede come un serio candidato. Allo stesso tempo, The Guardian e altre voci della stampa britannica sottolineano che il film sembra “una piccola deviazione” di Mungiu in un territorio di coproduzione internazionale in cui “perde il focus”, il che tempera le aspettative riguardo a un secondo Palme.
NewsVibe, attraverso il rapporto che ha aggregato il tono mediatico, conferma una “distribuzione su due picchi” nel discorso: un cluster di articoli che lo spingono nella zona “grande favorito” (in particolare la stampa americana di settore e le piattaforme di cinefili), e un cluster di testi, in particolare dalla zona britannica e europea, che gli rimproverano proprio ciò che le giurie di Cannes apprezzano spesso in Mungiu – chiarezza morale e densità psicologica – come qui diluite.
Se rapportiamo alla competizione (Almodóvar con „Bitter Christmas”, altri titoli forti menzionati nelle recensioni del festival), i commentatori notano che la giuria ha da scegliere tra film che affrontano il meta cinema o l'introspezione dell'autore (Almodóvar) e film con una posta esplicitamente socio-politica (come „Fjord” o film asiatici e latinoamericani in programma). BBC e Vulture sottolineano che „Fjord” è “il film di cui si è parlato di più” a Cannes 2026, il che aumenta visibilmente le sue possibilità di un premio importante – se non il Palme, allora sceneggiatura o interpretazione maschile/femminile.
In termini strettamente probabilistici, la critica sembra posizionarlo nella “prima linea” dei favoriti, ma la polarizzazione delle opinioni (in particolare le reazioni negative articulate come quella di Bradshaw) può essere un minus per una giuria sensibile alle accuse di “propaganda conservatrice”.
Quanto sono equilibrate le opinioni dei critici
Dall'insieme delle fonti (BBC, The Guardian, Vulture, IonCinema, The Film Stage, aggregatori come Rotten Tomatoes e il rapporto NewsVibe), emerge un quadro chiaro:
In forma (regia, struttura, scrittura):
Una parte della critica vede il film come una continuazione solida, ma non rivoluzionaria, dello stile di Mungiu – rigore formale, inquadrature lunghe, interesse per le istituzioni; per loro, le debolezze (dialogo in inglese con i bambini, finale) sono minori.
Altri ritengono che proprio questa “coproduzione internazionale” diluisca l'identità dell'autore, e che il film sembri “una mossa sbagliata, anticlimatica”.
In sostanza (messaggio ideologico):
Critici come Willmore (Vulture) o Barber (BBC) apprezzano il coraggio di riportare l'attenzione sullo stato progressista e trovano nel film un terreno fertile per discussioni su assimilazione, norme culturali e doppia misura. Riserve più severe provengono dalla critica che sospetta che il film possa essere cooptato come “fantasma di guerra culturale” di destra, soprattutto nelle scene con avvocati e funzionari caricaturali.
In performance: esiste un consenso molto più chiaro che Sebastian Stan e Renate Reinsve offrono interpretazioni solide verso eccezionali, anche quando i critici sono scettici riguardo al film nel suo complesso.
Rotten Tomatoes e Metacritic, attraverso punteggi elevati ma con una media numerica di circa 7,8/10, indicano un “high floor, high variance”: poche respingimenti totali, molte recensioni che oscillano tra 3 e 4 stelle su 5, il che corrisponde bene all'impressione di un film molto discusso, ma non unanimemente ammirato.
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*****Sintesi realizzata con l'aiuto di un flusso di monitoraggio dati fornito dalla piattaforma di monitoraggio media NewsVibe Romania. L'analisi, i dati e le immagini presentate sono state migliorate con l'aiuto di strumenti di Machine Learning e Intelligenza Artificiale.
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