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  2. UE

Intelligenza artificiale e le elezioni: l'Europa ha bisogno di più che raccomandazioni

Liviu Brăteanu
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16 giugno 2026, 13:31
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UE
Foto: Pixabay
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L'annuncio della Commissione Europea riguardo l'elaborazione di raccomandazioni per l'uso dell'intelligenza artificiale nei processi elettorali rappresenta un passo necessario e benvenuto. È un segno che le istituzioni europee iniziano a comprendere l'ampiezza delle trasformazioni prodotte dall'intelligenza artificiale sullo spazio pubblico, sulla circolazione delle informazioni e sui meccanismi attraverso cui i cittadini formano le proprie opinioni politiche.

Tuttavia, esiste il rischio che questo dibattito rimanga confinato in una logica tecnologica, mentre il problema è, in sostanza, uno democratico e sociale.

Negli ultimi anni, l'attenzione pubblica si è concentrata quasi esclusivamente sui fenomeni più visibili: deepfake, immagini sintetiche, video manipolati, eserciti automatizzati di bot o campagne coordinate di disinformazione. Tutti questi sono minacce reali e devono essere trattate con serietà. Ma rappresentano solo la parte visibile di un fenomeno molto più profondo. La vera sfida per le democrazie europee non è l'esistenza di contenuti falsi. La vera sfida è l'emergere di sistemi tecnologici capaci di organizzare, distribuire e amplificare l'attenzione collettiva su scala senza precedenti nella storia dell'umanità.

A mio avviso, il futuro delle elezioni europee non sarà deciso prima di tutto dalla falsificazione della realtà, ma dalla gestione invisibile della visibilità. Non chi produce un messaggio conterà di più, ma chi controlla i meccanismi che offrono a quel messaggio accesso a milioni di persone. Questo è il motivo per cui il dibattito europeo deve spostarsi dalla semplice questione del contenuto alla questione delle infrastrutture informative. Un video falso può essere identificato, una fotografia manipolata può essere verificata o un messaggio fabbricato può essere smontato.

Molto più difficile è identificare il momento in cui un algoritmo decide che una certa emozione, un certo tema o un certo attore politico deve ricevere un'esposizione eccezionale, ripetuta e sproporzionata. Qui si trova la vulnerabilità fondamentale delle società contemporanee, e noi dobbiamo capire che non viviamo solo in un'epoca di disinformazione, viviamo in un'epoca di amplificazione.

Tradizionalmente, lo spazio pubblico era organizzato attraverso istituzioni relativamente visibili: la stampa, i partiti politici, le università, le organizzazioni civiche, i leader d'opinione. Oggi, una parte significativa del processo di formazione dell'opinione pubblica è mediata da sistemi automatici di raccomandazione, che funzionano secondo criteri opachi e che sono ottimizzati prima di tutto per catturare l'attenzione. Questa trasformazione cambia radicalmente la natura della competizione democratica, poiché non assistiamo più solo a un confronto tra idee, assistiamo a una competizione per la visibilità algoritmica. I partiti, i governi, i gruppi di interesse, gli attori esterni e le organizzazioni radicali lottano per l'accesso alle infrastrutture che distribuiscono l'attenzione pubblica.

L'intelligenza artificiale non è solo uno strumento di produzione di contenuti, diventa un attore strutturale dello spazio pubblico e un attore che influenza l'agenda pubblica, le priorità collettive, la percezione dei rischi e persino la definizione della realtà sociale. Questo è il motivo per cui considero che le raccomandazioni della Commissione devono essere solo il primo passo di un processo molto più ambizioso.

L'Europa ha bisogno di un cambiamento di paradigma.

In primo luogo, dobbiamo sviluppare meccanismi indipendenti di auditing dei sistemi di raccomandazione e amplificazione algoritmica durante i periodi elettorali. La democrazia non può funzionare in modo efficace quando i meccanismi che organizzano la circolazione delle informazioni sono praticamente impossibili da valutare dall'esterno. Non è sufficiente sapere chi paga una pubblicità politica, dobbiamo sapere anche come viene amplificata. Inoltre, non è sufficiente identificare un contenuto manipolativo, dobbiamo capire perché è arrivato a milioni di persone. Noi ora osserviamo gli effetti, ma dobbiamo comprendere i meccanismi.

In secondo luogo, l'Europa ha bisogno di strumenti sistematici per misurare la vulnerabilità informativa. Attualmente misuriamo l'inflazione, la disoccupazione, la povertà, la competitività economica o il livello di innovazione, ma non pensiamo nemmeno a misurare sufficientemente la capacità di una società di resistere alla manipolazione informativa. Dovremmo misurare il livello di anomia informativa, misurare il grado di frammentazione epistemica e la fiducia nelle fonti legittime di conoscenza. Purtroppo, non siamo consapevoli che dovremmo misurare l'autonomia cognitiva dei cittadini. Tutti questi sono diventati variabili strategiche per il funzionamento della democrazia, e in assenza di tali strumenti, l'Europa continuerà a reagire alle crisi dopo che i loro effetti sono già visibili.

In terzo luogo, è necessaria la costruzione di un'infrastruttura permanente di resilienza democratica, non solo gruppi di lavoro temporanei o rapporti periodici pieni di raccomandazioni. Abbiamo bisogno di capacità istituzionali permanenti che colleghino la ricerca accademica, le autorità elettorali, le autorità di regolamentazione, la società civile e le piattaforme digitali.

Il European Democracy Shield rappresenta un inizio promettente, ma il suo successo dipenderà dalla capacità di passare da un approccio difensivo a uno anticipativo. Invece di rispondere esclusivamente agli attacchi informativi, dobbiamo sviluppare la capacità di identificare le vulnerabilità prima che vengano sfruttate.

Allo stesso tempo, l'Europa deve evitare una trappola importante. La risposta alle nuove minacce non deve portare a una limitazione eccessiva della libertà di espressione o alla trasformazione dello spazio digitale in un sistema di sorveglianza generalizzata. La democrazia non può essere difesa con metodi che minano i propri valori. Per questo motivo, è essenziale che la trasparenza, l'auditabilità e la responsabilità delle piattaforme diventino principi centrali della governance digitale europea.

Sia chiaro, il problema fondamentale non è l'esistenza dell'intelligenza artificiale, il problema è la distribuzione del potere in una società in cui l'intelligenza artificiale gestisce volumi enormi di informazioni, modella l'attenzione e influenza i comportamenti collettivi. Per questo motivo, il dibattito su AI e elezioni è, in realtà, un dibattito sul futuro della democrazia, non uno sulla tecnologia. Stiamo discutendo della capacità dei cittadini di prendere decisioni autonome e, soprattutto, dell'integrità della deliberazione pubblica. La discussione riguarda la fiducia, la legittimità e la coesione sociale.

L'Europa ha bisogno di raccomandazioni sull'uso dell'intelligenza artificiale nelle elezioni, ma ha bisogno anche di qualcosa di più importante: ha bisogno di una teoria e di una politica di resilienza democratica adattata all'epoca degli algoritmi. Altrimenti, rischiamo di regolamentare gli strumenti e di ignorare la profonda trasformazione dell'ambiente sociale e cognitivo in cui funziona la democrazia contemporanea.

Scenario Romania 2024, un avvertimento

La Romania offre probabilmente il caso di studio europeo più rilevante per questa nuova era di vulnerabilità democratica. La crisi elettorale del 2024 non è stata solo una controversia politica interna, è stato il primo momento in cui l'Unione Europea si è confrontata direttamente con la possibilità che un processo elettorale possa essere influenzato significativamente dalla combinazione di piattaforme digitali, algoritmi di raccomandazione, comportamenti coordinati e operazioni informative opache.

L'annullamento del primo turno delle elezioni presidenziali da parte della Corte Costituzionale, le indagini successive della Commissione Europea su TikTok e il dibattito sulle interferenze esterne hanno trasformato la Romania in un laboratorio europeo dei nuovi rischi democratici. Oltre alle dispute politiche e giuridiche, il caso romeno solleva una domanda fondamentale: cosa deve essere protetto in una democrazia digitale? Il risultato del voto? La correttezza della campagna? O l'ecosistema informativo in cui i cittadini formano le proprie opinioni elettorali?

A mio avviso, la lezione principale del caso romeno è che le istituzioni democratiche sono pronte a controllare le urne, il finanziamento delle campagne e le procedure elettorali, ma sono molto meno pronte ad analizzare le infrastrutture digitali che modellano l'attenzione collettiva. In Romania, il problema non è stata esclusivamente l'esistenza di informazioni false o la guerra ibrida della Russia, il problema è stata la sospettosità che alcuni meccanismi di distribuzione e amplificazione abbiano prodotto una visibilità sproporzionata per alcuni messaggi e alcune candidature. Questo è anche il motivo per cui le indagini europee si sono concentrate non solo sul contenuto, ma anche su come funzionano i sistemi di raccomandazione e sulla possibilità di manipolarli.

Il caso romeno dimostra che la vulnerabilità elettorale del XXI secolo non si manifesta più solo nel giorno del voto, inizia mesi prima, nei flussi personalizzati di contenuto, nei sistemi automatici di raccomandazione, nelle reti di influencer, nelle comunità digitali e negli ecosistemi che trasformano l'attenzione in una risorsa politica. Per la prima volta nella recente storia dell'Unione Europea, una crisi elettorale ha portato all'apertura di indagini sul ruolo di una piattaforma digitale nell'influenzare il processo democratico. Questo dovrebbe rappresentare un campanello d'allarme per tutta l'Europa. Per questo motivo, la lezione della Romania non è solo una lezione sulla sicurezza elettorale, è una lezione sulla necessità di costruire una nuova generazione di istituzioni democratiche capaci di comprendere e monitorare il potere algoritmico.

Fino ad ora, le democrazie hanno dovuto difendere la libertà di espressione contro la censura, la sfida del prossimo decennio sarà difendere l'autonomia dei cittadini in un ambiente informativo modellato da sistemi automatici di influenza. In questo senso, la Romania non rappresenta un'eccezione europea, la Romania rappresenta un avvertimento europeo.

Fonti

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