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ANALISI. Quale rischio corre la NATO sotto la pressione delle pretese di Trump di prendere possesso della Groenlandia

Nicoleta Onofrei
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19 gennaio 2026, 14:49
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Internazionale
Christian Ohde / imageBROKER / Profimedia
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La crisi scatenata dalle pretese di Donald Trump sulla Groenlandia non significa, di per sé, la distruzione inevitabile della NATO, ma rappresenta il test più serio di coesione, credibilità e legittimità dell'Alleanza negli ultimi 30 anni.

Il contesto politico e strategico

Trump ha legato apertamente la questione della Groenlandia alle sue lamentele di vecchia data riguardo al livello delle spese per la difesa degli europei, dopo anni in cui ha messo in discussione l'utilità della NATO per gli Stati Uniti e ha persino minacciato di ritirarsi.

Negli ultimi giorni, Washington ha annunciato tariffe aggiuntive del 10% per otto stati europei che si oppongono alle pretese americane sulla Groenlandia, trasformando la disputa in un conflitto economico e politico transatlantico aperto.

I leader europei hanno reagito in modo insolitamente unitario, convocando riunioni d'emergenza a Bruxelles e denunciando il ricatto politico legato a un territorio sovrano del Regno di Danimarca.

L'importanza della Groenlandia per la sicurezza della NATO

La Groenlandia è essenziale per l'architettura di sicurezza nell'Atlantico del Nord e nell'Artico: da qui si monitora il cosiddetto "GIUK Gap" (Groenlandia-Islanda-Regno Unito), il corridoio attraverso il quale i sottomarini russi entrano nell'Atlantico.

Gli Stati Uniti hanno già una presenza militare significativa attraverso la base di Thule, e la Danimarca ha iniziato a potenziare le proprie capacità di sorveglianza e pattugliamento nella regione, proprio in logica dei suoi impegni NATO.

L'amministrazione Trump presenta l'acquisizione della Groenlandia come una condizione per garantire il fianco nordico e per contrastare la Russia e la Cina nell'Artico, cercando di trasformare una disputa di sovranità in una di "modernizzazione" dell'architettura occidentale di sicurezza.

La Danimarca, l'UE e diversi stati NATO hanno affermato chiaramente che lo status della Groenlandia può essere deciso esclusivamente dalla Danimarca e dal popolo groenlandese, e che "l'isola non è in vendita" e non può essere acquisita attraverso pressioni economiche o militari.

I leader europei insistono che accettare l'idea che un grande alleato possa "comprare" o forzare un territorio da un alleato più piccolo distruggerebbe i principi di integrità territoriale su cui si basano sia l'UE che la NATO.

NATO e sicurezza collettiva, non egemonia nazionale

Bruxelles sostiene che la sicurezza nell'Artico e nell'Atlantico del Nord deve essere gestita nel quadro della NATO, non attraverso l'estensione unilaterale della sovranità americana, per evitare che l'alleanza appaia come uno strumento delle ambizioni territoriali degli Stati Uniti.

Funzionari europei avvertono che la Danimarca sta già potenziando la propria presenza militare in Groenlandia – navi artiche, droni di sorveglianza, capacità satellitare – proprio per rafforzare la sicurezza della NATO nella regione senza cambiare i confini.

Il rischio di un precedente e dell'escalation

Alcuni leader europei avvertono del rischio di un precedente pericoloso: se gli Stati Uniti possono rivendicare un territorio alleato per motivi "strategici", cosa impedirebbe ad altre potenze di fare altrettanto in altre regioni sensibili, inclusa l'Europa dell'Est o il Pacifico.

I diplomatici europei sottolineano che la pressione americana – tariffe, minacce allusive di uso della forza – vulnerabilizza la NATO di fronte alla Russia, che può sfruttare le divisioni per avanzare le proprie rivendicazioni nell'Artico e nel Mare di Barents.

Costi geopolitici sproporzionati per Washington

Numerosi esperti della NATO avvertono che i benefici strategici aggiuntivi del controllo diretto potrebbero essere superati dai costi politici: perdita di fiducia degli alleati, accelerazione dell'autonomia strategica dell'UE e apertura di un fronte di propaganda per la Russia e la Cina.

Da questa prospettiva, la Groenlandia diventa un test non solo dell'appetito di potere dell'America, ma anche della sua capacità di guidare attraverso il consenso, non attraverso la coercizione, in un'alleanza che si pretende comunità di valori, non impero.

Rischi giuridici e politici per la NATO

Articolo 5 si basa sull'idea che nessuno stato membro ricorrerà alla forza contro un altro membro o i suoi territori; una eventuale annessione unilaterale della Groenlandia da parte degli Stati Uniti – sia essa preceduta da pressioni, ricatti o "azioni sovversive" – colpirebbe direttamente l'essenza della difesa collettiva.

Analisti come Anna Wieslander e esperti citati dalla stampa occidentale avvertono che uno scenario di uso della forza contro la Groenlandia trasformerebbe la NATO in un'"ombra" di ciò che è oggi, poiché nessuno stato potrebbe più avere fiducia che l'alleanza lo protegga, e non lo esponga.

Le ripetute dichiarazioni di Trump, inclusa la famosa affermazione che la Russia può fare "whatever the hell they want" con gli alleati che non raggiungono la soglia del 2% del PIL, minano ulteriormente il principio della sicurezza indivisibile, alimentando il sospetto che Washington potrebbe strumentalizzare la NATO nel proprio interesse strettamente nazionale.

La dimensione economica e psicologica della crisi

Le tariffe annunciate contro Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania e altri stati europei creano una frattura doppia: economica, attraverso potenziali perdite commerciali significative, e politica, attraverso la delegittimazione del partenariato transatlantico di fronte alle proprie opinioni pubbliche.

La reazione di Copenaghen – "L'Europa non sarà ricattata" – indica che per la Danimarca e l'UE non si tratta solo di soldi o tariffe, ma di rispetto per la sovranità e le regole internazionali, cioè il fondamento normativo su cui è stata costruita la NATO dopo il 1949.

Nelle capitali europee, lo shock non deriva solo dalla radicalità delle pretese americane, ma anche dalla rapidità con cui una disputa su un'isola diventa un test esistenziale per la fede delle popolazioni nell'utilità e nella moralità dell'alleanza.

Scenari di evoluzione e probabilità di disgregazione

Lo scenario massimo negativo – la disgregazione della NATO – presuppone una combinazione di fattori:

uso effettivo della forza o di "mezzi militari limitati" da parte degli Stati Uniti contro la Groenlandia;

rifiuto massiccio degli stati europei di continuare a cooperare militarmente con Washington;

emergere di iniziative parallele di difesa esclusivamente europee, al di fuori del quadro della NATO.

Per ora, la reazione principale dell'UE è orientata verso l'aumento dell'autonomia strategica, non verso una rottura formale: le discussioni su investimenti aumentati nella difesa e sulla capacità di agire senza gli Stati Uniti si intensificano, ma non ci sono ancora appelli ufficiali a lasciare la NATO.

Nel contempo, la Danimarca sta potenziando la propria presenza militare in Groenlandia e intensificando gli esercizi con gli alleati NATO, segnalando che, dalla sua prospettiva, la risposta non è il ritiro, ma l'approfondimento della cooperazione all'interno dell'alleanza per controbilanciare le pressioni americane.

In conclusione, il rischio reale a breve termine non è una disgregazione brusca della NATO, ma la sua trasformazione in una struttura formale, svuotata di fiducia politica e solidarietà, in cui le clausole giuridiche continuano a esistere, ma la volontà di applicarle diventa profondamente erosa dalla disputa sulla Groenlandia e dalla tentazione di Washington di usare l'alleanza come strumento di pressione, non come patto di difesa collettiva.

Analisi realizzata con il supporto di NewsVibe e Perplexity Comet

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