Centinaia di milioni di dollari in oro venezuelano arrivato negli Stati Uniti sono rimasti nei depositi, poiché le raffinerie rifiutano di lavorare il metallo senza prove chiare che non provenga da attività criminali, corruzione o sfruttamento che violi i diritti umani, secondo un’inchiesta del The New York Times.
L’amministrazione Trump ha promosso l’accesso alle risorse minerarie del Venezuela come una strategia per combattere la corruzione e riportare l’industria sotto il controllo occidentale. A marzo, dopo la destituzione di Nicolás Maduro, la società Trafigura ha firmato un accordo con Minerven, l’azienda mineraria statale, e ha iniziato a esportare oro verso gli Stati Uniti. Il primo carico, stimato in 100 milioni di dollari, è stato presentato alla Casa Bianca alla presenza del segretario degli Interni Doug Burgum.
L’accordo prevedeva esportazioni provenienti da miniere industriali, ma l’oro è stato acquistato prima che le miniere fossero verificate da revisori indipendenti. L’inchiesta indica legami tra le attività estrattive nel sud del Venezuela e gruppi criminali che impongono tasse per la protezione. In alcune zone, queste pratiche sono così diffuse che la gente del posto le chiama «il sistema».
Successivamente, anche altre società hanno cercato di entrare nel mercato, sebbene i rischi siano considerati elevati. Mentre l’amministrazione statunitense continua ad allentare le sanzioni, l’industria della raffinazione teme di non poter certificare l’origine legale dell’oro. La strategia di Washington ha quindi aperto l’accesso alle risorse, ma non è ancora riuscita a creare una catena di approvvigionamento considerata sicura e legittima.
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