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ANALISI Trump, da Cuba a Groenlandia: come il leader americano trasforma "l'onore di prendere" territori vulnerabili in dottrina di politica estera

Nicoleta Onofrei
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17 marzo 2026, 15:46
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Esclusivo
Miguel Diaz-Canel si Donald Trump FOTO: ANDREW CABALLERO-REYNOLDS / AFP / Profimedia
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Le recenti dichiarazioni in cui il presidente Donald Trump ha affermato che "può fare ciò che vuole" con Cuba e che avrebbe l'onore di "prendere" l'isola trasformano la classica disputa USA-Cuba in un test della nuova dottrina del leader americano riguardo al cambiamento di regime negli stati "indeboliti" e all'espansione della sua sfera di influenza. La nuova ondata di tensioni tra Washington e L'Avana nasce dall'intreccio di tre crisi: l'arresto di Nicolás Maduro, il blocco energetico imposto a Cuba e l'ambizione dichiarata del presidente Donald Trump di "prendere" stati considerati vulnerabili, dal Venezuela a Cuba fino alla Groenlandia.


Da Maduro a L'Avana: come è iniziato il nuovo conflitto


Il punto di inflessione è stata la rimozione dal potere e la cattura dell'ex presidente venezuelano Nicolás Maduro, operazione in cui Washington ha rivendicato un ruolo centrale. Dopo che l'amministrazione Trump ha segnato il Venezuela come esempio di "forzatura della conformità del regime" e non di cambiamento totale del sistema, l'attenzione della Casa Bianca si è rapidamente spostata su Cuba, principale alleato regionale di Caracas e beneficiario tradizionale delle forniture di petrolio venezuelano.


In seguito alla caduta di Maduro, gli USA hanno imposto un blocco effettivo sui flussi di petrolio verso Cuba, annunciando che fermano tutte le forniture venezuelane e minacciando con tariffe i paesi disposti a supplire al deficit energetico dell'Avana. Secondo le notizie, Cuba non avrebbe ricevuto alcuna nave con petrolio da tre mesi, essendo costretta a introdurre misure drastiche di razionamento energetico, con blackout estesi e interi settori dell'economia quasi paralizzati.


Questa pressione economica è il contesto in cui si inseriscono le nuove dichiarazioni di Trump, che suggeriscono che dopo il Venezuela e l'Iran, "Cuba potrebbe essere la prossima", una formula ripetuta costantemente nelle ultime settimane. Il conflitto attuale non è quindi isolato, ma è la conseguenza logica di una strategia in tre fasi: neutralizzazione dell'alleato chiave (Maduro), strangolamento economico di Cuba e condizionamento di qualsiasi allentamento a un cambiamento al vertice del potere a L'Avana.


"Posso fare ciò che voglio con Cuba": retorica e posta in gioco


In una conferenza stampa che ha infiammato gli animi, Trump ha dichiarato di aspettarsi di avere "l'onore di prendere Cuba in un modo o nell'altro" e che "può fare ciò che vuole" con il paese vicino, nel contesto di un collasso senza precedenti della rete elettrica cubana, rimasta temporaneamente senza corrente a livello nazionale. Le formulazioni mescolano deliberatamente il vocabolario della liberazione ("la libererò") con quello dell'annessione ("la prendo"), il che rimanda sia alla retorica della Guerra Fredda, sia a episodi recenti in cui il leader americano ha suggerito che stati "in difficoltà" possono essere, in ultima analisi, "ripresi".


Parallelamente, la Casa Bianca non ha presentato alcun quadro giuridico chiaro per un'eventuale intervento diretto a Cuba, nonostante il fatto che, storicamente, Washington abbia rispettato il compromesso nato dalla crisi dei missili del 1962, che esclude un'invasione o il supporto per un'invasione contro l'isola. L'assenza di una base legale articolata, unita al linguaggio personalizzato - "io posso fare", "io prenderò" - trasforma la disputa in un esercizio di potere presidenziale simbolico, in cui Trump testa i limiti delle restrizioni storiche sulla politica americana nei confronti di Cuba.


Le negoziazioni con L'Avana e la richiesta di rimozione di Díaz Canel


Dietro la retorica minacciosa, Washington e L'Avana hanno aperto, tuttavia, negoziati destinati, ufficialmente, a ridurre le tensioni e a trovare uscite dalla crisi energetica ed economica. Sullo sfondo di queste discussioni, fonti citate dalla stampa americana di qualità hanno rivelato che la delegazione USA ha chiarito che qualsiasi progresso sostanziale dipende dalla partenza dal suo incarico del presidente Miguel Díaz Canel, considerato un "duro" e un ostacolo sulla strada delle riforme strutturali.


Questa condizionalità si inquadra nella linea enunciata da funzionari dell'amministrazione Trump, che parlano apertamente di "forzare la conformità dei regimi", non di un cambiamento completo dei sistemi politici. In pratica, ciò significa che Washington non mostra, almeno per ora, appetito per smantellare l'apparato comunista cubano o per aprire fascicoli penali o di lustration che mirino direttamente all'eredità politica ed economica della famiglia Castro e del suo circolo ristretto, ma mira piuttosto a un sacrificio di vertice - Díaz Canel - che potrebbe essere presentato al pubblico americano come una vittoria simbolica contro un regime di sinistra considerato ostile.


Per L'Avana, però, qualsiasi ingerenza nell'architettura interna del potere è una linea rossa: il regime ha costantemente respinto, per decenni, qualsiasi condizionamento di questo tipo, qualificandolo come una violazione flagrante della sovranità. Se gli americani mantengono, nei negoziati, la richiesta esplicita che Díaz Canel "se ne vada", le discussioni rischiano di bloccarsi rapidamente, e la crisi energetica e sociale potrebbe approfondirsi in un contesto in cui le proteste e gli "atti insoliti di sfida" nei confronti delle autorità hanno già iniziato a emergere, come hanno notato analisti citati dalla stampa internazionale.


Il precedente della Groenlandia e la minaccia della "ripresa" come strumento politico


Le attuali dichiarazioni riguardanti Cuba si inseriscono in un modello già testato da Trump quando, nei mesi scorsi, ha ripreso l'idea che gli Stati Uniti dovrebbero "prendere" la Groenlandia, territorio danese che ha descritto come "una grande opportunità strategica ed economica" per l'America. Allora, i riferimenti all'"acquisizione" della Groenlandia sono stati presentati da alcuni funzionari come un esercizio di "creatività strategica" nella politica estera, ma hanno alimentato dibattiti seri nella stampa di qualità riguardo alla flessibilità delle frontiere tradizionali della sovranità nell'immaginario politico del leader americano.


Messo a confronto con la situazione di Cuba, la ricorrenza del verbo "prendere" - sia che si tratti di un territorio autonomo all'interno del Regno di Danimarca, sia di uno stato comunista nei Caraibi - trasmette un messaggio comune: per l'attuale presidente americano, la debolezza economica e l'isolamento diplomatico di un'entità possono legittimare la discussione sul cambiamento del suo status geopolitico. Per quanto riguarda Cuba, questo discorso arriva su un'economia in collasso, un regime sotto assedio e una popolazione al limite della pazienza, il che amplifica la percezione che Washington stia approfittando della vulnerabilità strutturale dell'isola per spingere un'agenda di ingegneria politica al vertice.


La dimensione interna americana: Florida, esilio cubano e eco mediatico


Internamente, l'escalation del discorso nei confronti di L'Avana è calibrata anche per il consumo elettorale americano, soprattutto in stati chiave come la Florida, dove la comunità cubana e quella venezuelana hanno un peso politico significativo. I media americani conservatori e i canali di notizie negli USA hanno amplificato nelle ultime settimane il racconto del presidente secondo cui la rimozione di Maduro, la pressione su Cuba e il confronto con l'Iran fanno parte della stessa offensiva contro i "regimi ostili all'America" nell'emisfero occidentale e oltre.


Analisi pubblicate dalla stampa di qualità sottolineano che una eventuale partenza di Díaz Canel, ottenuta per via negoziale, permetterebbe alla Casa Bianca di presentare un doppio successo: evitare un intervento militare costoso e ottenere una "capitolazione simbolica" di un leader comunista, senza destabilizzare completamente il sistema di potere a L'Avana. Inoltre, il messaggio trasmesso ad altre capitali - da Teheran a Pyongyang - è che Washington è disposto a combinare sanzioni estreme, blocchi energetici e richieste dirette di cambiamento dei leader per forzare aggiustamenti di politica.


Sulla scena mediatica globale, l'interesse per l'argomento è illustrato dal numero elevato di articoli e dibattiti dedicati alla relazione Trump-Cuba nelle ultime 30 giorni, con centinaia di menzioni nella stampa americana, europea e regionale, predominando il tono neutro e esplicativo. La presenza costante di fonti dagli USA, Regno Unito e Romania, da pubblicazioni conservatrici a titoli mainstream e di analisi, indica che il dossier Cuba non è più un argomento di nicchia delle relazioni bilaterali, ma un test di ampiezza del modo in cui Washington intende, nell'era Trump, combinare sanzioni, negoziati e pressione sui leader stranieri.


Cosa segue per Cuba: scenari tra collasso e transazione politica


Nel breve termine, l'evoluzione della crisi dipenderà da due variabili principali: la disponibilità di L'Avana a negoziare un compromesso che salvi la faccia della sovranità del regime e la capacità dell'amministrazione Trump di mantenere una pressione massima senza scatenare un'esplosione sociale incontrollata a Cuba. Se Díaz Canel rifiuta categoricamente di prendere in considerazione un passo indietro, le negoziazioni rischiano di bloccarsi, e il blocco energetico potrebbe continuare, accentuando la penuria, in un momento in cui la rete elettrica già cede, e l'economia "si ferma" in interi settori.


Uno scenario alternativo, suggerito da alcune fonti citate dalla stampa americana, è quello di una "transazione politica" discreta, in cui il leader cubano sarebbe sostituito da una figura più flessibile all'interno dello stesso apparato, in cambio del rilascio delle sanzioni e della ripresa dei flussi energetici. Per Trump, una tale soluzione rappresenterebbe un trofeo geopolitico in un anno segnato dai confronti con l'Iran e dal precedente venezuelano, permettendogli di sostenere di aver forzato la mano di un altro regime ostile senza scatenare un nuovo conflitto aperto nell'emisfero occidentale.


In sottofondo, però, rimane la domanda di quanto lontano sia disposto Washington a andare nella violazione o reinterpretazione degli accordi informali post 1962, che hanno contribuito a evitare un conflitto diretto USA-Cuba per oltre sei decenni. L'assenza di una giustificazione legale chiara per un'eventuale intervento, combinata con affermazioni come "posso fare ciò che voglio con Cuba" e con il precedente discorsivo della "ripresa" della Groenlandia, lascia l'impressione di un leader americano che testa deliberatamente i confini dell'ordine internazionale basato su regole, puntando sulla debolezza degli stati e sulla frammentazione della comunità internazionale.


Oltre la retorica, la realtà a L'Avana è quella di una crisi profonda: blackout, code per la benzina, turismo crollato e un regime intrappolato tra la pressione della strada e la pressione di Washington. In questo contesto, le dichiarazioni di Trump riguardo "l'onore di prendere Cuba" non possono più essere lette solo come una formula bombastica di campagna, ma come l'espressione di una strategia coerente, costruita passo dopo passo da Caracas a L'Avana, e che ridefinisce il rapporto di forze nei Caraibi a favore degli Stati Uniti.


*****Sintesi realizzata con l'aiuto di un flusso di monitoraggio di dati fornito dalla piattaforma di monitoraggio media NewsVibe Romania. L'analisi, i dati e le immagini presentate sono state migliorate con l'aiuto di strumenti di Machine Learning e Intelligenza Artificiale

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