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ANALISI Gli scenari di un'operazione terrestre degli Stati Uniti in Iran: qual è la posta in gioco per Donald Trump?

Matei Gaginsky
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10 marzo 2026, 14:04
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L'operazione terrestre in Iran è attualmente sia uno scenario militare preso in considerazione, sia un argomento di intenso dibattito, in cui le dichiarazioni variabili di Donald Trump influenzano le percezioni sulle opzioni aperte dalla sua amministrazione. Al centro della discussione ci sono due domande principali: se gli Stati Uniti passeranno dalla campagna aerea a un impegno significativo di truppe a terra e quali sarebbero i costi politici, militari e umanitari di una tale decisione.


Nei primi dieci giorni di guerra, gli Stati Uniti e Israele hanno colpito circa 4.000 obiettivi in Iran, in una delle campagne aeree più intense della storia, senza che ciò portasse alla capitolazione del regime o al suo cambiamento. Le analisi citate dalla stampa sottolineano che le guerre aeree, non accompagnate da truppe a terra, storicamente non sono riuscite a ottenere tali obiettivi massimali, il che rende la pressione per "truppe a terra" un tema ricorrente. Parallelamente, la discussione su una possibile reintroduzione della coscrizione militare amplifica l'ansia pubblica, anche se i funzionari insistono che, per ora, un tale passo "non fa parte del piano attuale".


Allo stesso tempo, esiste una forte dimensione nucleare: i bombardamenti di giugno su tre strutture iraniane non hanno eliminato tutto il stock di uranio arricchito, e una parte significativa sarebbe stoccata a Isfahan, il che alimenta le speculazioni su possibili pianificazioni per un'operazione terrestre di recupero. Intorno a queste informazioni si sono costruiti sia scenari di escalation, dall'invio di truppe per "missioni limitate" fino alla cattura di obiettivi strategici come il terminal petrolifero sull'isola di Kharg, sia narrazioni politiche sui rischi di una nuova "guerra per sempre". In questo contesto segnato da bombardamenti massicci, dibattiti sulla coscrizione militare obbligatoria e segnali misti dalla Casa Bianca, la possibile operazione terrestre in Iran diventa uno dei temi più sensibili e speculati della politica estera del momento.


Dichiarazioni di Donald Trump e del suo team


Le dichiarazioni di Donald Trump e del suo team delineano una linea ufficiale che cerca di mantenere l'ambiguità strategica, mantenendo l'opzione di un'operazione terrestre senza assumerla apertamente. La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ripete la formula che l'invio di truppe a terra e una eventuale introduzione della coscrizione militare obbligatoria "non fanno parte del piano attuale", ma sottolinea costantemente che il presidente "non esclude opzioni" e vuole valutare il successo dell'operazione prima di decidere. In interventi televisivi, Leavitt risponde direttamente alle preoccupazioni legate alla coscrizione obbligatoria, ma formula risposte che lasciano deliberatamente spazio di manovra, alimentando cicli di notizie e speculazioni online.


Trump stesso trasmette messaggi duali: da un lato afferma, in un'intervista per il New York Post, che è "lontano" dalla decisione di inviare truppe in Iran e che non è stata presa "nessuna decisione" riguardo a un'operazione a terra per garantire l'uranio di Isfahan. Dall'altro lato, indica in discussioni con la stampa che l'invio di truppe richiederebbe "un motivo molto valido" e conferma, secondo alcune relazioni, di aver manifestato interesse per scenari di impegno limitato, dal recupero del materiale nucleare fino a possibili accordi sulla produzione di petrolio con un eventuale nuovo leadership iraniano. Messaggi simili provengono anche da funzionari chiave: il ministro della guerra Pete Hegseth parla della disponibilità di andare "fin dove è necessario" per rovesciare il regime di Teheran, senza escludere truppe a terra, mentre consiglieri militari citati dalla stampa confermano che la pianificazione per missioni terrestri esiste già.


In un piano esterno, Trump combina questa ambiguità con avvertimenti personali rivolti al nuovo leader supremo iraniano, Ayatollah Mojtaba Khamenei, suggerendo che non è "soddisfatto" di lui e rifiutando di dire "cosa farà", in una retorica di pressione psicologica. Allo stesso tempo, si delimita temporaneamente da alcune delle proprie minacce precedenti, ad esempio, si "ritira" dall'idea di inviare truppe per distruggere lo stock di uranio nelle gallerie vicino a Teheran, affermando che gli Stati Uniti "non sono affatto vicini" a un tale passo. Il risultato è un'architettura dichiarativa che combina il rassicurante parziale dell'opinione pubblica con il mantenimento credibile dell'opzione militare terrestre, sia per Teheran che per gli alleati.


Reazioni interne negli Stati Uniti


Questi messaggi hanno scatenato un'ondata di reazioni interne, dai talk show conservatori fino al fact-checking e alle critiche da parte di ex alleati di Trump. Su Fox News, i moderatori esprimono vocalmente le ansie dei genitori, chiedendo se vedranno una "reclutamento obbligatorio" e truppe americane inviate in Iran, il che costringe la Casa Bianca a chiarire ripetutamente che né l'invio di truppe né la coscrizione obbligatoria fanno parte del piano in questo momento.


In un piano politico, figure repubblicane come l'ex congressista Marjorie Taylor Greene reagiscono duramente, accusando l'amministrazione di tradire la promessa di "non fare nuove guerre di cambiamento di regime" e respingendo l'idea che "i loro figli" debbano essere inviati a combattere. Le loro critiche si aggiungono ai dibattiti sul meccanismo giuridico di una eventuale coscrizione militare: le analisi sottolineano che la reintroduzione della coscrizione richiederebbe un atto del Congresso e che gli Stati Uniti non hanno più fatto ricorso a tale strumento dal 1973, il che rende improbabile una tale decisione a breve termine. Parallelamente, i fact-checker e le pubblicazioni di analisi smontano le voci online che sostengono che una coscrizione obbligatoria sarebbe "imminente", sottolineando che, per ora, la discussione è più politica e speculativa che operativa.


Sul sfondo, le cifre della guerra, dove almeno sette militari americani sono stati uccisi nei primi dieci giorni, cerimonie di rimpatrio delle salme e immagini di Trump durante le cerimonie di trasferimento dei militari caduti, ancorano il dibattito a un costo umano concreto. Sebbene lo sforzo di comunicazione della Casa Bianca cerchi di proiettare controllo e limitazione, il fatto che l'impatto pubblico della guerra cresca, man mano che il conflitto si protrae, aumenta anche la pressione sull'amministrazione per articolare più chiaramente la linea rossa riguardo all'invio di truppe a terra.


Scenario dell'operazione terrestre: obiettivi e rischi


Dalle dichiarazioni ufficiali e dalle relazioni basate su fonti militari emerge uno scenario centrale di operazione terrestre: una missione di ampia portata per catturare lo stock di uranio arricchito, in particolare quello nel sito nucleare di Isfahan. Secondo fonti militari e governative, un'azione del genere supererebbe di gran lunga un raid di forze speciali e richiederebbe un numero "significativo" di truppe americane, segnando il primo impegno maggiore di forze terrestri nella guerra con l'Iran. L'obiettivo dichiarato di Trump, "l'eliminazione completa" delle capacità nucleari iraniane, fa sì che uno scenario del genere venga percepito all'interno del Pentagono come una delle poche strade credibili per raggiungere questo obiettivo, nelle condizioni in cui i bombardamenti non possono distruggere o garantire tutto il materiale fissile.


Un altro scenario ventilato riguarda la cattura dell'isola di Kharg, nodo attraverso il quale passerebbe circa il 90% delle esportazioni di petrolio dell'Iran, isola descritta come potenziale "punto di negoziazione" e barriera naturale per il dispiegamento delle truppe americane. Un tale passo, che combinerebbe un'operazione anfibia con l'occupazione di un obiettivo critico per l'economia iraniana, sarebbe però estremamente vulnerabile a controattacchi e segnerebbe un'escalation chiara verso una guerra di usura. Parallelamente, esistono scenari parziali, di "impegno limitato", che potrebbero mirare solo a garantire determinate strutture o collaborare con un eventuale nuovo leadership iraniano sul petrolio, ma tali opzioni rimangono speculative e condizionate dall'evoluzione politica interna dell'Iran.


Dal punto di vista militare, tutti questi scenari comportano tre rischi strutturali. In primo luogo, un grande contingente di truppe sarebbe esposto non solo alle forze regolari iraniane, ma anche alle milizie, in un terreno difficile e con lunghe linee di approvvigionamento. In secondo luogo, un impegno terrestre minerebbe la tesi iniziale di una campagna "rapida", di 4-5 settimane, suggerita dallo stesso Trump, trasformando il conflitto in una guerra di lunga durata e costi imprevedibili. Qualsiasi operazione terrestre su obiettivi nucleari o petroliferi amplifica il rischio di vittime civili in massa e di una copertura negativa globale, soprattutto nelle condizioni in cui il Pentagono ha ridotto le capacità istituzionali dedicate alla protezione dei civili.


Diritto internazionale, legittimità e protezione dei civili


Su scala internazionale, la legittimità di un'operazione terrestre in Iran si gioca in gran parte attorno ai concetti di autodifesa, proporzionalità e protezione dei civili. La campagna aerea già in corso, con circa 4.000 obiettivi colpiti nei primi dieci giorni, è presentata da Washington come risposta alle minacce e agli attacchi iraniani, ma le analisi attirano l'attenzione sul fatto che il passaggio a truppe a terra cambierebbe radicalmente la percezione sulla proporzionalità.


Organizzazioni ed esperti noti alla stampa avvertono che questo cambiamento strutturale, la dismissione o la riduzione delle capacità dedicate alla protezione dei civili, combinato con una retorica che esalta l'aggressività, amplifica il rischio che un'operazione terrestre porti a perdite di vite umane su larga scala, compromettendo lo status degli Stati Uniti come "attore responsabile" nel diritto internazionale umanitario. Inoltre, qualsiasi missione su obiettivi nucleari o petroliferi solleva problemi ambientali e di protezione delle infrastrutture critiche, ambiti in cui gli standard internazionali richiedono la massima cautela. L'assenza di un mandato esplicito da parte del Consiglio di Sicurezza e il carattere unilaterale delle azioni aumentano il dibattito sulla compatibilità di un tale intervento con la Carta dell'ONU, anche se Washington formula le sue giustificazioni in registri come "autodifesa estesa" e "prevenzione della proliferazione nucleare".


Conseguenze regionali e globali


Su scala regionale, il passaggio a un'operazione terrestre alzerebbe la posta in gioco per gli stati vicini, aumentando il rischio di un conflitto esteso. L'Iran ha già risposto agli attacchi americani e israeliani con attacchi missilistici e droni contro le basi e gli alleati degli Stati Uniti nel Golfo, e l'escalation a terra potrebbe scatenare un'ondata ancora più grande di attacchi contro le infrastrutture militari ed energetiche della regione. Stati come gli Emirati Arabi Uniti, che ricevono supporto difensivo, inclusa la dispiegazione delle capacità australiane di avviso precoce E-7A Wedgetail e di missili aria-aria, diventerebbero ancora più vulnerabili alle rappresaglie iraniane. In questo contesto, la decisione dell'Australia di inviare mezzi aerei difensivi, ma di evitare l'invio di truppe a terra in Iran, illustra la preferenza di alcuni alleati per un coinvolgimento limitato, incentrato sulla difesa aerea e sulla protezione dei propri cittadini.


All'interno dell'Iran, un'operazione terrestre intersecherebbe dinamiche complesse: dall'opposizione interna e le minoranze curde fino ai sentimenti nazionalisti alimentati dai bombardamenti intensi e dalle vittime civili. Le analisi mostrano che i bombardamenti attuali hanno avuto successo nel colpire leader e infrastrutture di sicurezza, ma che non esiste ancora una forza terrestre interna sufficientemente armata e organizzata per prendere il controllo del paese, nemmeno nello scenario in cui gli Stati Uniti sostenessero i gruppi curdi con "copertura aerea estesa". Leader curdi intervistati sottolineano che possono sfruttare il "momento di debolezza" del regime solo se le Guardie della Rivoluzione sono sufficientemente indebolite, le città si sollevano, e poi le loro forze possono entrare, il che al momento non è il caso. Inoltre, la storia delle relazioni tra curdi e Washington, dagli episodi in Iraq fino all'abbandono dell'enclave siriana di Rojava, alimenta lo scetticismo riguardo all'affidabilità del supporto americano, il che limita la disponibilità di questi attori a impegnarsi in un'offensiva che potrebbe essere seguita da un nuovo "abbandono".


Su scala globale, un'operazione terrestre in Iran avrebbe implicazioni economiche e politiche significative. I mercati energetici, già sensibili agli attacchi contro le infrastrutture iraniane e al rischio sulle rotte marittime, reagirebbero a qualsiasi segno che le esportazioni di petrolio iraniano, in particolare attraverso nodi come l'isola di Kharg, potrebbero essere bloccate a lungo termine. Sulla scena politica internazionale, si intensificano le discussioni sulla proporzionalità delle azioni americane, soprattutto nel contesto della riduzione deliberata dei meccanismi di protezione dei civili all'interno del Pentagono e degli incidenti gravi, come il colpire una scuola di ragazze nel sud dell'Iran, che ha causato circa 170 morti civili. Le organizzazioni per la difesa dei diritti umani avvertono che la "deprioritizzazione" della protezione dei civili e la retorica aggressiva, con messaggi ufficiali che glorificano la "letalità" e minimizzano la prudenza, aumentano la probabilità di perdite di vite umane su larga scala, il che eroderebbe la legittimità internazionale dell'intervento.


In conclusione, i messaggi pubblici di Trump, combinati con la pianificazione militare divulgata e con le reazioni degli alleati, delineano uno spettro di scenari in cui un'operazione terrestre in Iran rimane un'opzione reale, ma costosa. Dalle missioni "chirurgiche" per garantire l'uranio fino alla cattura di obiettivi strategici o all'impegno indiretto attraverso attori curdi, ogni variante segnerebbe una transizione dalla guerra prevalentemente aerea a una con posta molto più alta in termini di truppe, tempo e legittimità. Per ora, l'amministrazione cerca di bilanciare la pressione per risultati concreti, la distruzione della capacità nucleare iraniana e l'indebolimento del regime, con il rischio politico interno di una guerra terrestre e con le conseguenze regionali di un'escalation che, una volta scatenata, sarebbe difficile da controllare.



*****Sintesi realizzata con l'aiuto di un flusso di monitoraggio di dati fornito dalla piattaforma di monitoraggio media NewsVibe Romania. L'analisi, i dati e le immagini presentate sono state migliorate con l'aiuto di strumenti di Machine Learning e Artificial

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