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Artemis II, il legame tra l'"epoca Apollo" e il primo insediamento umano sulla Luna

Călin Nicolescu
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6 aprile 2026, 10:10
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Foto Credit: NASA / UPI / Profimedia
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Artemis II è il primo volo con equipaggio del nuovo sistema americano SLS–Orion e il primo ritorno degli esseri umani nelle vicinanze della Luna dopo il 1972: una missione di dieci giorni che testa, in regime reale, l'"infrastruttura" di una futura presenza permanente sulla Luna e, più in là, verso Marte.

In cosa consiste la missione Artemis II

Artemis II è decollato il 1 aprile 2026, intorno alle 18:30 EST, dal Kennedy Space Center, Florida, utilizzando il razzo Space Launch System (SLS), uno dei più potenti mai costruiti, per inviare la capsula Orion su una traiettoria di volo attorno alla Luna e ritorno sulla Terra, in un volo di circa dieci giorni. Dopo un primo segmento in orbita terrestre, una manovra critica, translunar injection (TLI), ha spinto Orion – battezzata Integrity dall'equipaggio – su un'orbita che esce dal campo gravitazionale della Terra e una porta verso la sfera di influenza della Luna, a velocità superiori ai 39.000 km/h durante il bruciore TLI.

La traiettoria è di tipo "free-return": la navetta utilizza la gravità della Terra e poi della Luna per descrivere un arco attorno a essa e tornare sulla Terra senza necessità di grandi correzioni di rotta – una filosofia di sicurezza ereditata dall'era Apollo. La missione include, nei primi due giorni, una dimostrazione di prossimità e manovra "ship-to-ship" in relazione al secondo stadio ICPS, trattato come un proxy per futuri moduli o stazioni orbitali con cui Orion dovrà accoppiarsi. Il volo si concluderà con il rientro ad alta velocità nell'atmosfera terrestre e l'ammaraggio nel Pacifico, al largo della California, un test essenziale per la protezione termica e il concetto di riutilizzo parziale della capsula Orion.

Obiettivi strategici dei promotori

Ufficialmente, Artemis II è descritta come un "volo di verifica" dell'architettura SLS–Orion, ma la posta in gioco è molto più alta: la validazione dell'intera infrastruttura tecnica e operativa senza la quale Artemis III e IV – le prime missioni con atterraggio lunare e, successivamente, con presenza semi-permanente al polo sud lunare – non possono avere luogo. NASA intende dimostrare che i sistemi di propulsione, navigazione, vita a bordo e comunicazioni di Orion funzionano stabilmente nello "spazio profondo", a distanze a cui non è stato inviato equipaggio umano da oltre cinquant'anni, aprendo la strada verso una base lunare e, in un piano più lontano, verso missioni pilotate verso Marte.

Nel lungo termine, Artemis è pensato come un programma di "infrastruttura cosmica": sfruttamento delle risorse di acqua ghiacciata al polo sud lunare per la produzione di ossidante e combustibile, utilizzo della gravità ridotta della Luna come trampolino per missioni interplanetarie e costruzione di una rete di stazioni orbitali e basi di superficie. Artemis II serve come "proof of concept", dimostrando che gli esseri umani possono tornare in sicurezza in prossimità della Luna in un regime di volo ripetibile e, idealmente, meno costoso rispetto alle architetture dell'era Apollo.

In piano politico e simbolico, la missione segna anche l'impegno rinnovato degli Stati Uniti e dei partner – inclusi Canada ed Europa – per una presenza cooperativa sulla Luna, con un equipaggio che riflette deliberatamente la diversità demografica e internazionale che NASA vuole trasformare in "norma" per i prossimi decenni.

Come sta procedendo la missione fino ad ora

Dopo il TLI, realizzato il 2 aprile con una bruciatura di quasi sei minuti, Artemis II ha lasciato l'orbita terrestre, diventando il primo gruppo di persone a uscire dal campo gravitazionale della Terra dalla fine del programma Apollo. Nel terzo giorno di volo, Orion era sufficientemente stabile sulla traiettoria tanto che la prima "outbound trajectory correction burn" – una delle tre manovre programmate inizialmente per il fine-tuning – è stata semplicemente annullata, segno che la navigazione e la modellazione della traiettoria hanno funzionato quasi impeccabilmente.

Il terzo giorno è stato dedicato soprattutto alla "routine di deep space": test medici e di CPR in microgravità, verifica della cassetta di pronto soccorso, test del sistema di comunicazione di emergenza tramite Deep Space Network e riconfigurazione della cabina per la sequenza di sorvolo della Luna, programmata per il 6 aprile. Il comandante Reid Wiseman ha trasmesso immagini della Terra vista come una falce blu, e Christina Koch ha descritto per la stampa "l'aspetto mozzafiato di vedere il proprio pianeta natale", rivelando che l'equipaggio è rimasto "appiccicato al finestrino" di fronte a queste prime panoramiche da lontano.

Nel quarto giorno, l'agenda include "selfie" della navetta Orion realizzati con le telecamere sui pannelli solari, test delle modalità di controllo dell'assetto – sei gradi di libertà contro tre, per calibrare il consumo di combustibile – e una finestra di 20 minuti riservata esclusivamente alla fotografia di oggetti celesti da distanze senza precedenti per una missione pilotata recente. Il 5 aprile, la navetta entra nella sfera di influenza della Luna, e il 6 aprile è programmato il sorvolo a circa 6.000 miglia sopra la superficie, con un periodo di 30–40 minuti di blackout totale delle comunicazioni quando Orion passerà dietro la Luna, un momento intenso sia psicologicamente per l'equipaggio, sia tecnicamente per i team a terra.

Chi sono i quattro astronauti di Artemis II

L'equipaggio riunisce tre astronauti NASA e un astronauta dell'Agenzia Spaziale Canadese: Reid Wiseman (comandante), Victor Glover (pilota), Christina Hammock Koch (specialista di missione) e Jeremy Hansen (specialista di missione), tutti con esperienza sulla Stazione Spaziale Internazionale o in programmi pilota di punta. Wiseman, ex pilota collaudatore della US Navy, ha già trascorso sei mesi sulla ISS come ingegnere di volo nella Spedizione 40, e ora guida la prima missione pilotata di Orion, dopo essere stato anche capo dell'ufficio astronauti NASA.

Victor Glover diventa il primo afroamericano inviato in una missione attorno alla Luna e torna nello spazio dopo essere stato pilota del Crew-1 e membro della Spedizione 64 sulla ISS, essendo ora responsabile del pilotaggio di Orion e del test delle modalità di controllo dell'assetto e del consumo di combustibile. Christina Koch è la prima donna a partecipare a una missione lunare e detiene già il record per il volo continuo più lungo nello spazio di una donna – 328 giorni – esperienza che la raccomanda per il monitoraggio degli aspetti di salute e per i test di comunicazione tramite Deep Space Network in regime di grande distanza.

Jeremy Hansen, colonnello nella Royal Canadian Air Force, è il primo non americano a dirigersi verso la Luna, assumendo il ruolo simbolico del Canada come partner strategico degli Stati Uniti nell'architettura Artemis – inclusa la contribuzione alla robotica e ai sistemi di navigazione forniti da Ottawa. La selezione dell'equipaggio è stata annunciata nel 2023, e NASA ha costantemente sottolineato che include "la prima donna, la prima persona di colore e il primo canadese in una missione lunare", un messaggio di diversità e di condivisione dei benefici dell'esplorazione spaziale.

Rischi, controversie e significato più ampio

Una delle discussioni tecniche centrali attorno ad Artemis II riguarda la decisione di lanciare in prossimità del massimo dell'attività solare, in un momento in cui la radiazione di particelle solari può raggiungere livelli "quasi letali" per gli astronauti in assenza di adeguata protezione. L'astrofisica Patricia Reiff, citata da LiveScience, sottolinea però che esiste un compromesso: durante il massimo solare, il vento solare più forte "schermerebbe" parte della radiazione di raggi cosmici galattici, riducendo un altro tipo di rischio, e le finestre di lancio possono essere programmate in modo da evitare periodi di eruzioni maggiori, con l'aiuto del monitoraggio in tempo reale del "space weather".

Oltre ai rischi, Artemis II riconfigura il modo in cui l'opinione pubblica vive un "moonshot": la missione è trasmessa quasi continuamente, con immagini ad alta risoluzione dalla cabina e dai pannelli solari, e i quattro astronauti dividono il tempo tra manovre critiche e interazioni con i media, da dirette a messaggi alle famiglie. Per NASA e i suoi partner, il successo di questa missione significherebbe la validazione di un'architettura che promette – nella visione dei promotori – un nuovo modello di presenza umana nello spazio: non solo bandiere e passi occasionali sulla Luna, ma infrastruttura, risorse e continuità.

Analisi realizzata con il supporto di Perplexity

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